Grandi manovre in Senato

Voiced by Amazon Polly

L’Italia è l’unico Stato europeo a non aver ancora inviato alle autorità di Bruxelles il Piano nazionale di riforma (Pnr), condizione preliminare per poter pensare di attingere un domani alle multimiliardarie risorse promesse dall’Ue per far fronte alla crisi da Covid-19. E di cui, per dirla molto semplicemente, il nostro paese ha un disperato bisogno.

Come sempre capita quando si parla di Europa il dibattito politico italiano si è fatto rovente e ideologizzato, con linee di faglia che travalicano la tradizionale bipartizione forze di governo/opposizione e che alimentano quel clima di rinvii continui che avviluppa praticamente ogni dossier in mano al Conte II. Oltre al Pnr, l’ultimo a slittare in ordine di tempo è stato il via libera all’attesissimo dl semplificazioni, con buona pace delle norme che avrebbero potuto dare una scossa all’elefantiaca burocrazia nazionale e dunque contribuire (forse) a una parziale ripartenza del paese.

Nel mentre prosegue il balletto dei partiti sul Mes, come se l’Italia stremata dalle conseguenze economiche del coronavirus sia oggi nelle condizioni di poter rifiutare con sdegno e superbia i 36 miliardi europei a costo quasi zero per ricostruire il proprio sistema sanitario dopo la pandemia e con un occhio a futuribili catastrofi virali.

Un atteggiamento che nel suo complesso dice tantissimo della fibra della nostra attuale classe dirigente, totalmente disabituata a seguire una linea di pensiero strategica e al contrario perfettamente a suo agio nelle più inconcludenti battaglie di retroguardia. È questa una delle principali micce in grado di far precipitare gli eventi nel cruciale mese di luglio.

Soprattutto al Senato, dove il governo ha di che temere stanti i numeri risicati della maggioranza. Oltre al possibile voto sul fondo salva-Stati di metà mese in coincidenza dell’intervento del primo ministro alla vigilia del Consiglio europeo del 17-18 luglio, l’aula di Palazzo Madama potrebbe dover affrontare questioni potenzialmente esplosive: dai voti su decreto Rilancio e decreto Semplificazioni allo scostamento di bilancio di fine mese. Il problema per il Conte II è che da inizio legislatura a oggi ben 33 senatori hanno cambiato gruppo di appartenenza, colpendo soprattutto i due principali azionisti del governo giallo-rosso. Il M5s ha perso 13 senatori, confluiti principalmente nel Misto (8) e nella Lega (4), mentre il Partito democratico ha ceduto 14 senatori ai renziani di Iv-Psi, con conseguente nascita di un soggetto sicuramente minoritario ma dotato di forte potere d’interdizione sul governo. Nel centrodestra si è rafforzata soprattutto la Lega, con 5 nuovi ingressi e la possibilità di poter annunciare altri tre arrivi di ex grillini già nelle prossime ore. L’esecutivo è certo di avere ancora una maggioranza ben superiore ai 161 voti necessari per tenersi a galla, contando anche i senatori a vita, i senatori di Autonomie e del gruppo Misto-Leu, ma è un fatto che i voti delle prossime settimane offriranno più di un’occasione di apprensione. Il leader leghista Salvini potrebbe tentare la spallata per mandare in crisi la maggioranza di governo, benché le ultime esternazioni del capo di Forza Italia Berlusconi abbiano certificato che nemmeno il centrodestra è poi così unito. L’ex cavaliere ha infatti segnalato la sua disponibilità a partecipare a una nuova fase politica, senza sciogliere il dubbio se mediante elezioni o attraverso la nascita di una nuova coalizione parlamentare.