Renzi vs. Conte, di nuovo

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Superato l’insidioso voto parlamentare sul Mes, il primo ministro Conte è potuto volare a Bruxelles per partecipare al trionfo di Angela Merkel sul Recovery fund.

L’accordo sulle risorse finanziarie destinate a rilanciare le economie europee colpite dal Covid-19 è infatti il grande successo personale della cancelliera tedesca, il suggello della sua leadership politica in Germania e in Unione Europea prima di lasciare il bastone del comando nel 2021.

Negli ultimi mesi Merkel è riuscita ad accontentare un po’ tutti, fornendo a francesi ed europei del Sud parte degli eurobond che chiedevano a gran voce, a olandesi e nordici sconti finanziari e condizioni varie, da ultimo persino gli sconti politici tanto invocati da polacchi e ungheresi. Concessioni che nel complesso certificano la centralità di Berlino nell’architettura del continente e che segnalano l’apertura di una nuova fase nei rapporti fra la Repubblica Federale e i suoi partner europei, con i tedeschi pronti a giocare un ruolo molto più assertivo di quello tradizionalmente minimalista assunto sin qui dopo la riunificazione.

Smaltita l’ebrezza per le celebrazioni di un accordo che fra le altre cose conferma la somma-monstre di ben 209 miliardi di euro destinati all’Italia, davanti al premier Conte resta l’arduo compito di trovare una sintesi sulla governance del Recovery plan, ovvero il programma nazionale con le priorità di spesa dei fondi Ue. Gli interrogativi riguardano più nello specifico la gestione delle risorse, la cabina di regia di progetti e verifiche, i nomi e ruoli dei sei supermanager che dovrebbero sovraintendere ai vari programmi.

Sul punto si è scatenata una vera e propria battaglia politica dentro ai confini della maggioranza, con linee di faglia ormai ben note. Da una parte c’è per l’appunto il capo del governo, che ha architettato una struttura piramidale con l’obiettivo dichiarato di velocizzare il rilancio socioeconomico del Paese e di scongiurare prevedibili ritardi di fronte all’occhio vigile di istituzioni e partner europei. Dall’altra c’è il malcontento dei partiti, per nulla convinti di dover avallare senza colpo ferire quello che percepiscono essere il tentativo di Palazzo Chigi di esautorare Parlamento e ministri avocando a sé la piena gestione degli oltre duecento miliardi europei destinati all’Italia.

Il capofila della fronda partitica risponde all’identikit di Matteo Renzi, demiurgo del Conte II e soprattutto depositario di un pensiero ormai largamente diffuso che accomuna in modo piuttosto sorprendente gli altrimenti litigiosi alleati di maggioranza. Del resto non è la prima volta che il leader di Italia Viva sferza duramente l’inquilino di Palazzo Chigi, già criticato in passato per il suo immobilismo o per la tendenza ad accentrare su di sé le decisioni cruciali.

Lo scorso maggio la crisi sulla sfiducia al Guardasigilli Bonafede poté rientrare complice lo spettro di un ritorno alle urne che indusse i litiganti a più miti consigli. Stavolta il medesimo rischio sembra non sussistere, dal momento che lo spauracchio del voto anticipato non convince più praticamente nessuno e in Parlamento – quantomeno nel breve periodo – non esistono scenari alternativi a quello dell’attuale maggioranza.

Di qui la veemenza dell’attacco portato in settimana al Senato da Renzi a Conte e i continui riferimenti al fatto che l’esecutivo sarebbe a rischio qualora dovesse insistere sulla cabina di regia per la gestione dei fondi europei. L’impressione è che in ballo non vi sia tanto la tenuta del governo inteso come espressione del patto parlamentare M5s-Pd-Iv-Leu, quanto piuttosto la poltrona del primo ministro nell’eventualità di uno scontro frontale con i suoi azionisti di maggioranza.

Per questo motivo è del tutto plausibile credere che sulla governance del Recovery plan si finirà per trovare un accordo, al pari di quanto avvenuto giusto un paio di giorni fa per la risoluzione di maggioranza sul Mes. Da par suo il presidente del Consiglio ha già fatto sapere di essere disponibile a trattare, pur ribadendo che un qualche tipo di struttura e di coordinamento restano comunque necessari.

In attesa di conoscere il prossimo capitolo della partita a scacchi incentrata sulla gestione delle ambitissime risorse europee, posta in palio fondamentale per chi vuole essere rieletto anche nel 2023, di certo c’è che il livello dello scontro nella maggioranza non accenna a diminuire. Per questo andrà monitorato con attenzione costante.