“Il governo va avanti”

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Conclusa la parentesi estiva, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha parlato in conferenza stampa riportando l’attenzione mediatica sulle prossime iniziative dell’esecutivo e per blindare la sua coalizione alla vigilia di una stagione ricca di snodi importanti da cui dipendono il futuro del paese e la riuscita della sua attesa modernizzazione. L’autunno, ad esempio, porterà con sé riforme cruciali come quelle su pubblica amministrazione, appalti, fisco e previdenza.

Questo dopo che nelle ultime settimane i silenzi del premier concomitanti all’avvio del semestre bianco avevano ridato spazio alla voglia di protagonismo dei partiti di maggioranza, tornati a duellare verbalmente per esigenze di natura primariamente elettorali. Gli ultimi sondaggi sull’orientamento di voto degli italiani indicano infatti un sostanziale appiattimento nell’indice di gradimento dei primi tre partiti in classifica – rispettivamente FdI, Lega e Pd, inchiodati da diversi mesi al 20% circa e con il M5s quarto al 16%. Di qui la comune esigenza di segnalarsi agli occhi degli elettori con interventi anche accesi nel discorso pubblico.

La conferenza stampa di giovedì, invece, ha riportato la politica con i piedi per terra, evidenziando come il primo ministro continua a porsi ben al di sopra della dialettica vivace di maggioranza. Prese di posizioni molto nette a favore dell’obbligo vaccinale e sulla somministrazione della terza dose dimostrano la sua forza di leader e chiariscono l’effettivo rapporto gerarchico che intercorre con i capi della sua maggioranza. Condizione affatto scontata per un paese la cui storia istituzionale è costellata dal ricordo di governi deboli e, spesso, alla mercè degli umori mutevoli dei partiti.

Draghi può del resto rivendicare l’ormai prossimo traguardo dell’80% di vaccinati, fissato per fine settembre, e un’economia tornata a correre sopra alle attese grazie alla crescita del pil di oltre il 6%. Risultati davvero tangibili per un’Italia che brama più di ogni altra cosa il ritorno alla normalità dopo due anni vissuti all’insegna dell’emergenza pandemica e dei ripetuti annunci della sua classe dirigente. Persino il richiamo al dovere di dare accoglienza ai rifugiati politici afghani è una presa di posizione molto netta e soprattutto coraggiosa su un tema divisivo qual è da sempre l’immigrazione.

Le sue parole, inoltre, arrivano all’indomani del voto con cui la Lega, uno dei principali azionisti di governo, aveva bocciato in Commissione alla Camera il certificato verde nel decreto Covid, scatenando la reazione furibonda di Pd e M5s. E seguono di pochi giorni le ultime critiche del segretario leghista Matteo Salvini alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, rea secondo lui di non fare abbastanza sul fronte migratorio. Se per Draghi l’operato della titolare del Viminale non è in discussione e l’istituzione di una nuova cabina di regia è un ottimo espediente per far sfogare le tensioni nella maggioranza, lo stesso riconoscimento della leadership di Salvini nella Lega è un messaggio indiretto per quanti – a cominciare da Enrico Letta e Giuseppe Conte – avevano teorizzato l’autoesclusione del Carroccio dalla maggioranza dopo il voto in Commissione.

Nel complesso l’impressione è che Draghi abbia colto l’occasione rappresentata dalla conferenza stampa d’inizio settembre anche per tracciare la rotta fino al prossimo anno, conscio di dover schermare il governo dalle prevedibili ripercussioni di appuntamenti elettorali delicati quali le comunali di ottobre e soprattutto l’avvicinamento all’elezione del capo dello Stato fissata per il febbraio 2022. Il suo possibile passaggio al Quirinale è infatti la grande incognita destinata ad agitare più di ogni altra nei prossimi mesi la scena politica italiana.