Conti stretti e nuove regole del voto: si accende l’autunno politico
La manovra da costruire con l’inflazione in accelerazione, la legge elettorale arrivata all’ultimo passaggio parlamentare e le coalizioni che cominciano a preparare la prossima sfida alle urne. La settimana politica italiana si è concentrata sui conti pubblici e sulle regole del voto, con il governo impegnato a cercare spazio a Bruxelles e a serrare i ranghi alla Camera.A riportare l’attenzione sull’economia sono stati soprattutto i dati diffusi mercoledì dall’Istat: a settembre l’inflazione è salita al 4,2% su base annua, contro il 3,3% di agosto. Si tratta ancora di una stima preliminare, ma l’accelerazione è netta e arriva soprattutto dall’energia, mentre aumentano anche i prezzi degli alimentari freschi. Un rincaro che pesa sui bilanci delle famiglie e sui costi delle imprese proprio mentre l’esecutivo prepara la prossima legge di bilancio. Giorgia Meloni ha annunciato e poi inviato una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere che l’impatto dell’inflazione venga considerato nell’applicazione delle regole sulla spesa. La premier sostiene che, con i margini attuali, aiutare famiglie e imprese rischi di richiedere altre misure restrittive. Nella richiesta italiana c’è anche la possibilità di utilizzare almeno una parte del maggiore gettito prodotto dall’aumento dei prezzi per attenuare temporaneamente i costi energetici. Da Bruxelles è arrivata una risposta prudente: la Commissione ha ricordato la flessibilità già concessa agli Stati membri, senza aprire per ora a nuovi margini. Il confronto resta quindi aperto, mentre il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato aggiunge pressione sulla preparazione della manovra. Sul tavolo restano le ipotesi di estendere l’aliquota Irpef del 33% ai redditi fino a 60.000 euro e di introdurre una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti retributivi dei giovani. Misure ancora da definire, per le quali sarà necessario trovare le coperture. La difesa del potere d’acquisto è diventata così uno dei temi centrali del confronto politico: il governo promette attenzione ai salari, le opposizioni attaccano sui redditi erosi dai rincari, le parti sociali chiedono interventi capaci di recuperare il terreno perso. La definizione del Documento programmatico di finanza pubblica dovrà ora fissare la cornice entro cui trasformare queste priorità in scelte di bilancio. A Montecitorio, intanto, la maggioranza ha superato il primo voto segreto sulla legge elettorale. Giovedì le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni sono state respinte con 229 voti contrari e 151 favorevoli. L’Aula era al completo, con ministri e leader di partito presenti per un passaggio sul quale il centrodestra aveva concentrato grande attenzione. Dopo le modifiche approvate dal Senato, la riforma è tornata alla Camera per la terza lettura e il voto finale è previsto per l’8 ottobre. Prima ci saranno i voti di fiducia sui primi tre articoli, mentre resta acceso lo scontro su premio, preferenze, capolista e indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Per Meloni, il risultato di giovedì rappresenta un primo segnale di compattezza degli alleati su una riforma che accompagnerà la prossima competizione elettorale. Per le opposizioni, il ricorso alla fiducia alimenta invece la contestazione sul metodo seguito dalla maggioranza. Nel centrosinistra è tornata al centro la scelta della leadership. Giuseppe Conte ha dichiarato di aver dato disponibilità alla ricerca di un «federatore», senza trovare aperture, riportando nel dibattito l’ipotesi di una personalità condivisa alla guida della coalizione. Le primarie restano una strada possibile, mentre deve ancora prendere forma il tavolo di programma. Su sanità e lavoro le opposizioni hanno già promosso iniziative comuni; sul sostegno militare all’Ucraina e sul rapporto con le forze centriste restano distanze da affrontare. Il confronto tra Pd e Movimento 5 Stelle prosegue quindi sia sulla candidatura sia sui contenuti dell’alleanza. Aprendo venerdì la direzione del Pd, Elly Schlein ha alzato il livello dello scontro con il governo, chiedendo elezioni anticipate: «Prima si vota, meglio è per l’Italia». La segretaria ha accusato l’esecutivo di aver trasformato la stabilità in immobilismo e ha contestato la scelta di porre la fiducia sulla legge elettorale. Allo stesso tempo, ha rivendicato un’alleanza progressista unita e competitiva, chiamata ora a definire il percorso verso il voto. La settimana è stata segnata anche dalla sentenza sul caso Giulio Regeni. Lunedì la Corte d’Assise di Roma ha condannato in primo grado tre agenti dei servizi egiziani a dieci anni per il sequestro del ricercatore, facendo cadere l’accusa di omicidio; il quarto imputato è stato assolto. A oltre dieci anni dalla morte di Regeni, il verdetto riporta l’attenzione sulla collaborazione del Cairo e sulle iniziative che l’Italia potrà assumere dopo questo primo passaggio giudiziario. Meloni ha difeso il mantenimento dei rapporti diplomatici con l’Egitto, sostenendo che interromperli aumenterebbe le difficoltà. Una posizione che lascia al centro del confronto la richiesta di giustizia e la capacità della diplomazia italiana di ottenere risposte concrete dalle autorità egiziane.