La manovra di Meloni tra conti pubblici e consenso

La quinta manovra del governo Meloni arriva con un messaggio che guarda già alla conclusione della legislatura: confermare le scelte compiute, difendere il potere d’acquisto e dimostrare che il centrodestra riesce ancora a trovare un accordo sulle risorse. Il Consiglio dei ministri del 28 ottobre ha approvato una legge di bilancio da circa 26 miliardi. A presentarla, accanto alla presidente del Consiglio, c’erano i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il viceministro Maurizio Leo. Una presenza collegiale che serve anche ad attribuire a tutta la maggioranza la responsabilità delle decisioni, prima che il testo affronti il Parlamento.

Meloni ha insistito sulla continuità, ricordando che circa nove miliardi servono a confermare interventi altrimenti in scadenza. È una precisazione che aiuta a leggere le dimensioni effettive della manovra: una parte consistente delle risorse sostiene impegni già assunti, mentre lo spazio per le novità resta limitato. L’estensione fino a 55mila euro dello scaglione Irpef al 33%, con un beneficio aggiuntivo massimo di 500 euro annui, risponde alla richiesta di un segnale al ceto medio. La premier ha rivendicato quanto fatto, riconoscendo che un intervento più ampio avrebbe richiesto risorse superiori. Il governo cerca così di gestire le aspettative: promette altri passi, ma lega la loro realizzazione ai margini disponibili.

Dentro questo perimetro, ciascun alleato trova un risultato da rivendicare. Forza Italia può valorizzare l’intervento sull’Irpef; la Lega l’allargamento del forfettario fino a 100mila euro e il fondo da 850 milioni per la flessibilità pensionistica. Su quest’ultimo punto, però, le modalità devono ancora essere definite: lo stanziamento non equivale all’approvazione generalizzata dell’uscita a 64 anni. La stabilizzazione dell’esenzione dal bollo per le auto fino a 80 kilowatt e per i motocicli aggiunge una misura immediatamente riconoscibile. L’equilibrio politico consiste nel dare visibilità alle priorità dei partiti senza riaprire ogni volta l’intero impianto dei conti.

Anche la scelta delle coperture ha un significato politico. Il contributo richiesto a banche e assicurazioni consente a Meloni di sostenere che una parte dello sforzo ricade sui settori con maggiore capacità di assorbirlo. Il messaggio cerca di conciliare riduzione delle tasse e protezione sociale, mentre Giorgetti continua a presidiare la credibilità finanziaria del governo. La prova arriverà durante l’esame parlamentare, quando le richieste di modifica renderanno più difficile mantenere la disciplina rivendicata in conferenza stampa. Il compromesso raggiunto tra i leader dovrà tradursi nella disponibilità dei gruppi a selezionare le proprie richieste.

La conferenza ha mostrato anche quanto il costo dell’energia continui a condizionare l’agenda. Giorgetti ha rivendicato il negoziato europeo sulla flessibilità per gli investimenti energetici, mentre il decreto bollette è stato rinviato al successivo Consiglio dei ministri. Meloni ha attribuito lo slittamento a verifiche tecniche, escludendo problemi di copertura o con Bruxelles. Resta una distanza politica da colmare: gli investimenti nell’efficienza energetica richiedono tempo, mentre famiglie e imprese giudicano il governo anche sulla capacità di alleggerire le spese immediate.

Sull’Ucraina, invece, la premier ha delimitato lo spazio del dissenso interno. Ha riconosciuto a Salvini il diritto di rappresentare le sensibilità della propria base, ribadendo però che il sostegno a Kiev resta la posizione del governo. È un passaggio rilevante perché distingue la possibilità degli alleati di caratterizzarsi politicamente dalla responsabilità di rispettare una linea comune. Sul fronte della sicurezza, rispondendo alle domande sulla mancata convalida del fermo di Youssef Siher e sulle critiche dei magistrati, Meloni ha difeso il proprio intervento come sostegno al lavoro delle forze dell’ordine.

Da Palazzo Chigi emerge così un governo impegnato a consolidare il proprio consenso su più terreni: il fisco, la protezione delle famiglie, la sicurezza, l’affidabilità internazionale. La manovra offre una sintesi di queste priorità, ma lascia aperta la questione della loro efficacia. Per la maggioranza, la sfida dei prossimi mesi sarà trasformare l’accordo sulle risorse in risultati percepibili, mentre l’avvicinarsi delle elezioni renderà più forte la tentazione di ciascun partito di distinguersi.