La manovra di Meloni tra i vincoli di bilancio e i nuovi equilibri politici

La settimana politica italiana si è concentrata sulla definizione della prossima legge di bilancio, un passaggio che mette alla prova la capacità del governo Meloni di conciliare promesse elettorali e rigore dei conti pubblici. Il Documento programmatico trasmesso a Bruxelles delinea una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, con misure per famiglie, imprese e investimenti. Il nodo resta quello delle coperture: il governo chiede a banche e assicurazioni un contributo di circa 5 miliardi, affiancato da tagli alla spesa ministeriale e maggiori entrate dal settore dei giochi. Una scelta che ha sorpreso gli istituti finanziari e riaperto le differenze nella maggioranza, tra la linea più interventista della Lega e la cautela di Forza Italia. Per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si tratta di trovare risorse senza compromettere la credibilità della politica fiscale.

Il quadro è complicato dalle previsioni sul deficit, atteso al 3,4% del Pil nel 2027 e al 3,2% nel 2028, dopo un rientro sotto il 3% previsto per quest’anno. Roma conta sulla flessibilità europea legata alle spese per difesa e sicurezza energetica, ma la Banca d’Italia ha avvertito che un nuovo aumento del disavanzo potrebbe rendere più difficile l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. È qui che la manovra assume un significato politico più ampio: non basta individuare le priorità, occorre dimostrare che siano compatibili con una crescita debole e con le regole europee.

Il confronto con Bruxelles ha occupato anche il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, dove Meloni ha insistito sui costi energetici e sulla competitività dell’industria. Il negoziato più difficile ha riguardato il sistema europeo di scambio delle emissioni, sul quale l’Italia ha chiesto correttivi per limitare l’impatto dei prezzi del carbonio sulle imprese. Dopo una trattativa serrata, i leader hanno invitato la Commissione a rivalutare gli effetti dell’ETS2, destinato a trasporti ed edifici, senza concordarne esplicitamente il rinvio. Per Roma è un’apertura, non una vittoria definitiva. Il vertice ha mostrato quanto sia ancora difficile per l’Unione tenere insieme la transizione climatica e le esigenze di competitività delle economie europee.

Sul fronte dell’opposizione, intanto, si è registrato un timido avvicinamento tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Nel voto parlamentare del 14 ottobre sulle risoluzioni in vista del vertice europeo, le tre forze hanno mantenuto documenti distinti sull’Ucraina ma scelto astensioni incrociate, evitando di bocciare le posizioni degli alleati. Elly Schlein lo ha definito un passo avanti, anche se la divergenza sul sostegno militare a Kiev resta sostanziale. Il gesto segnala la volontà di ridurre le frizioni, non ancora la nascita di una linea condivisa di politica estera. Il problema per il centrosinistra rimane trasformare un’intesa sulle procedure parlamentari in un programma capace di competere con la maggioranza.

Un risultato più tangibile è arrivato invece per la Lega. Il Consiglio dei ministri del 13 ottobre ha approvato le intese definitive per l’autonomia differenziata con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, avviando il passaggio parlamentare dei relativi disegni di legge. Roberto Calderoli ha rivendicato l’avanzamento di una riforma identitaria per il suo partito, mentre restano aperti i dubbi delle opposizioni sugli effetti territoriali del trasferimento di competenze. L’iter è ancora da completare, ma il passaggio offre alla Lega un risultato politico da spendere proprio mentre la discussione sul bilancio restringe gli spazi per nuove misure di spesa.

La fase centrale dell’autunno si apre dunque con una maggioranza impegnata a difendere i propri margini economici e a far avanzare le riforme, e un’opposizione che cerca di trovare una maggiore coesione. Saranno soprattutto la trattativa sulla manovra e la prova del Parlamento a chiarire quanto queste strategie siano destinate a reggere.