Il record di Meloni apre l’autunno più difficile: energia, manovra e voto cambiano la partita
Il record, alla fine, è arrivato. Da oggi il governo guidato da Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana, con 1.413 giorni a Palazzo Chigi e il sorpasso sul secondo esecutivo Berlusconi. È un risultato politico prima ancora che cronologico, soprattutto in un Paese che della brevità dei governi ha fatto per decenni quasi una costante. Non a caso la presidente del Consiglio ha scelto di rivendicare la stabilità non come «un record da esibire», ma come la condizione per programmare, decidere e mantenere gli impegni. Il punto, però, è che proprio adesso quella stabilità entra nella sua fase più complicata: il governo ha alle spalle quasi quattro anni e davanti un autunno in cui economia, energia e progressivo avvicinamento alle elezioni del 2027 inizieranno a sovrapporsi.
Fin qui Meloni può presentare un bilancio con alcuni numeri difficili da ignorare. Lo spread, che all’inizio della legislatura viaggiava ben sopra quota 200, oggi oscilla intorno agli 80 punti base; Piazza Affari ha attraversato una lunga fase positiva e il mercato del lavoro resta uno degli indicatori migliori dell’intera legislatura. A luglio gli occupati erano 24 milioni e 370 mila, 307 mila in più rispetto a un anno prima, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,8%. Anche la crescita, pur senza accelerazioni spettacolari, continua: nel secondo trimestre il Pil è aumentato dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono gli stessi elementi sui quali si costruisce il bilancio dei quattro anni tracciato nei giorni scorsi: stabilità finanziaria e occupazione rappresentano i punti più facilmente rivendicabili dall’esecutivo, mentre restano più difficili il terreno fiscale, la crescita strutturale e soprattutto il peso di un debito pubblico che limita gli spazi per le politiche espansive.
È proprio qui, però, che il racconto del record lascia spazio a quello dell’ultimo tratto della legislatura. La prima prova è già arrivata ed è l’energia. Ad agosto l’inflazione è risalita al 3,3%, dal 2,9% di luglio, spinta soprattutto dagli energetici: quelli non regolamentati sono passati dall’11,4 al 16,9% su base annua, quelli regolamentati dal 14,8 al 18,8%. Alla pompa la benzina self ha raggiunto una media di 2,039 euro al litro e il gasolio 2,147, mentre il 5 settembre scade il taglio di 17 centesimi disposto dal governo. L’ipotesi è una brevissima proroga, prima di passare a sostegni più selettivi per redditi bassi e categorie maggiormente esposte, a cominciare dall’autotrasporto. Non è soltanto una questione di carburanti: è il primo esempio concreto del problema che accompagnerà l’esecutivo nei prossimi mesi. Le risorse non permettono più di sterilizzare indiscriminatamente gli shock e il governo sarà costretto sempre più spesso a decidere chi sostenere, quanto e con quali coperture.
La stessa logica tornerà nella legge di bilancio. Il governo può contare sulla nuova flessibilità europea per gli investimenti nella sicurezza energetica, che per l’Italia può arrivare a circa 14 miliardi nel triennio 2026-2028, ma non si tratta di denaro liberamente utilizzabile per finanziare qualunque misura. Bruxelles lega quegli spazi a investimenti capaci di ridurre strutturalmente la dipendenza energetica, dal nucleare alle reti, dalle pompe di calore alle rinnovabili, e non a interventi generalizzati sui combustibili. Il confronto su come utilizzare questa flessibilità si intreccerà con quello sulla difesa e soprattutto con una manovra che sarà inevitabilmente più politica delle precedenti: l’ultima legge di bilancio prima del voto sarà il terreno sul quale Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia proveranno a lasciare la propria impronta, tra fisco, famiglie, imprese, pensioni e sostegno al potere d’acquisto. È il passaggio già indicato come uno dei nodi principali della ripartenza autunnale.
A rendere tutto più delicato c’è il vincolo dei conti. Il deficit del 2025 si è fermato al 3,1% del Pil e l’obiettivo resta riportarlo stabilmente sotto la soglia del 3%, condizione decisiva anche per chiudere la procedura europea per disavanzo eccessivo. Il prossimo appuntamento è il 22 settembre, quando l’Istat aggiornerà i conti nazionali: sarà uno dei numeri sui quali verranno misurati gli spazi effettivi della prossima manovra. Il paradosso è evidente. Lo spread certifica una fiducia dei mercati molto maggiore rispetto all’inizio della legislatura, ma il rendimento del decennale italiano resta sopra il 4%. La credibilità conquistata serve quindi soprattutto a evitare che il debito diventi ancora più costoso, non a cancellarne il peso.
Poi c’è la politica. La legge elettorale sarà il primo vero test parlamentare della ripresa. Il 3 settembre la maggioranza si è ricompattata in commissione al Senato sull’introduzione delle preferenze, dopo l’incidente estivo alla Camera, ma restano aperte le questioni più sensibili: premio di maggioranza, soglia per farlo scattare e possibile ballottaggio. Il testo arriva in Aula dal 9 settembre. È un dossier tecnico solo in apparenza, perché dietro ogni modifica c’è già la domanda che accompagnerà tutto l’autunno: con quale sistema e con quali coalizioni si voterà nel 2027? E più quella scadenza si avvicina, più gli interessi degli alleati tenderanno naturalmente a differenziarsi. Fratelli d’Italia deve difendere la centralità di Meloni, la Lega ha bisogno di rafforzare il proprio profilo, Forza Italia di consolidare uno spazio autonomo, mentre fuori dal perimetro tradizionale del centrodestra nuove offerte politiche possono modificare gli equilibri.
È questo, più del numero dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi, il significato politico del record. La stabilità è stata finora uno dei principali vantaggi competitivi di Meloni: ha rassicurato i mercati, rafforzato la posizione italiana in Europa e consentito al governo di attraversare crisi internazionali e passaggi parlamentari senza mettere realmente in discussione la propria sopravvivenza. Da questo autunno, però, la stabilità non sarà più soltanto qualcosa da difendere. Dovrà produrre risultati visibili mentre aumentano contemporaneamente il costo dell’energia, le richieste dei partiti, i vincoli della finanza pubblica e la pressione della campagna elettorale. Il governo più longevo della Repubblica entra così nella fase in cui la durata smette di essere il risultato e diventa la premessa. La vera partita comincia adesso.