I tre nodi sul futuro della maggioranza, dopo l’affondo di Renzi

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Schivato l’affondo renziano a Palazzo Madama senza patire ferite mortali, per il Presidente del Consiglio e i suoi alleati di governo il tema da risolvere in tempi rapidi riguarda l’allargamento del perimetro della maggioranza rimasta orfana di Italia Viva. Se gli eventi rocamboleschi del voto di martedì sera hanno confermato la sorprendente capacità di resistenza di Giuseppe Conte, d’altro canto è lo stesso “avvocato del popolo” a rendersi perfettamente conto di non poter governare il Paese con una semplice maggioranza relativa al Senato.

Ad agitare il sonno dei giallorossi non c’è soltanto il ricordo della vittoria ingloriosa di martedì sera (156 voti a favore, 140 contrari, maggioranza assoluta a quota 161), con il sostegno decisivo dei senatori a vita, di qualche ex M5s (ma non tutti) e dei primi due “costruttori” del centrodestra. Il vero scenario da incubo riguarda infatti i nuovi equilibri nelle commissioni parlamentari, fondamentali per il funzionamento dell’attività legislativa e dove si rischia lo stallo o che la maggioranza finisca addirittura in minoranza.

In questo caso il partito di Renzi ha la possibilità di esercitare un potere di veto invero formidabile, specialmente a Palazzo Madama. Difatti, nel caso in cui Italia Viva dovesse optare di schierarsi con l’opposizione, l’alleanza fra M5s, Pd e Leu rimarrebbe in vantaggio soltanto in tre commissioni sulle 14 totali del Senato: Finanza, Agricoltura e Lavoro. Problema non da poco nel momento in cui le commissioni – a cominciare dalle strategiche Bilancio e Affari costituzionali – saranno impegnate nella ristrutturazione del Recovery Plan dopo i rilievi europei (leggi: bocciatura) e nella scrittura della legge elettorale proporzionale annunciata in Aula dal premier.

Di qui la necessità di allestire in fretta e furia la “quarta gamba” della coalizione in Parlamento, il gruppo ove far confluire eventuali deputati e senatori desiderosi di dare il proprio apporto all’esecutivo in difficoltà attingendo dalle tre grandi famiglie politiche citate da Conte per la riuscita dell’operazione: popolari, liberali e socialisti. In ballo c’è da mettere in sicurezza l’esecutivo, assicurargli una navigazione tranquilla fino al termine della Legislatura e riequilibrare a favore dei giallorossi le commissioni parlamentari.

Il precedente del quarto governo Berlusconi nel 2011 (ampia maggioranza in aula ma esecutivo bloccato in molte commissioni) non lascia dormire sonni tranquilli. Del resto dopo il voto di martedì sera la maggioranza non può stare tranquilla neppure a Montecitorio, dove è certa della sua preminenza numerica soltanto in otto “parlamentini”. A farne le spese per primo potrebbe essere il decreto Milleproroghe, fermo da giorni alla Camera e che dovrà essere tassativamente convertito in legge entro il 1° marzo.

Ma il tentativo di ampliare i numeri della maggioranza per dare stabilità al governo nei tempi rapidi chiesti a Conte dal capo dello Stato deve fare i conti con l’eterno ritorno della “variabile giudiziaria” – il terribile convitato di pietra che attanaglia la politica italiana. Il riferimento è all’inchiesta che coinvolge Lorenzo Cesa, prontamente dimessosi dall’incarico di segretario Udc dopo essere risultato indagato con l’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di una maxioperazione anti ‘ndrangheta da parte della Dda di Catanzaro. Forte dei suoi tre senatori, l’Udc era indicata da giorni come uno dei possibili puntelli della maggioranza. L’inchiesta su Cesa spariglia le carte: da un lato potrebbe liberare i parlamentari dal freno dall’ex segretario – ostile all’intesa con i giallorossi e fautore dell’ancoraggio nel centrodestra; d’altro canto, potrebbe rendere l’Udc troppo indigesta per un’alleanza in Parlamento agli occhi degli M5s ortodossi.

La caccia ai parlamentari in uscita dall’opposizione si lega infine anche alle analisi pubblicate in settimana sulla rete di potere del premier Conte e sulle performance elettorali di una sua ipotetica lista. La possibilità che questa formazione politica finisca per coagulare fino al 15% dei consensi attirando in primo luogo elettori di centrosinistra e pentastellati ha infatti spinto più di un dirigente Dem e 5Stelle a chiedere al premier di mettere da parte le fantasie elettorali per concentrarsi sulla caccia ai “responsabili” in Parlamento. Del resto, la storia italiana recente insegna che nel momento in cui i tecnici hanno scelto di diventare politici hanno finito per perdere gran parte, se non tutta, della propria credibilità.