Il fortino di Palazzo Chigi e l’assedio dei partiti

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Date le premesse, il Consiglio straordinario dello scorso fine settimana è andato abbastanza bene per il nostro paese; un po’ meno per i cantori del progetto europeista, a cui sfugge il fatto che la crisi da Covid-19 abbia terribilmente accelerato la trasformazione dello spazio comunitario (in atto da tempo) in un foro segnato dalla contrapposizione fra le nazioni che ne fanno parte. Cosa puntualmente emersa durante gli ultimi ed estenuanti negoziati di Bruxelles.

L’Italia si è assicurata la bellezza di 209 miliardi, ben più dei 172 indicati nel piano originale della Commissione. I soldi sono molti, secondo alcuni persino troppi per le limitate capacità di programmazione e di spesa di un paese che difficilmente riesce a spendere più di un terzo dei fondi europei a esso destinati ogni anno dal bilancio Ue. E senza voler nemmeno riflettere sul senso degli sfrenati festeggiamenti per l’ottenimento di prestiti e sussidi da nazioni sostanzialmente estranee alla nostra, né sul fatto di non esserci minimamente interrogati sulla sequela di fallimenti che li avevano poi resi tanto necessari.

In questa fase il nodo politico è infatti già un altro, riguardando più nello specifico la decisiva gestione della pioggia di miliardi che bagnerà l’Italia nei mesi a venire. Il tutto mentre sullo sfondo resta pericolosamente innescata la miccia del Mes, il fondo salva-Stati considerato indispensabile dal Pd per mettere in sicurezza il sistema sanitario nazionale e rifiutato sdegnosamente dal M5s in quanto possibile cavallo di Troia tramite cui favorire la penetrazione della Troika nel nostro paese.

Le vicende politiche delle ultime ore costituiscono più di un indizio su quel che ci aspetta nelle settimane venture. Da un lato si erge infatti isolato il fortino di Palazzo Chigi, al lavoro sul Recovery Plan che dovrà esser presentato ai partner europei dopo la pausa estiva (siamo gli unici a non averlo ancora fatto); dall’altro c’è invece l’assedio dei partiti, mai come in questa fase concordi circa la necessità di istituire al più presto un’apposita commissione bicamerale per sovraintendere alla spesa dei fondi. Dopo gli applausi scroscianti tributati al premier per il risultato di Bruxelles, le immediate rassicurazioni dello stesso Conte sulla necessità di coinvolgere il Parlamento e di istituire una cabina di regia politica (attivando uno dei tanti comitati interministeriali esistenti, quello per gli Affari europei del ministro Amendola) non hanno certo placato i timori della maggioranza.

Oltre alla gestione dei fondi, il timore dei partiti è di conoscere un’altra epoca di accentramento di poteri a Palazzo Chigi dopo quella dei dpcm firmati dal premier che sono stati l’oggetto di numerose polemiche. Di questo tira e molla governo-maggioranza fa naturalmente parte anche la discussione sul Mes, tanto più ora che l’esecutivo si accinge a varare un nuovo scostamento di bilancio da 25 miliardi e dal Tesoro filtrano timori (prontamente smentiti) circa la tenuta delle casse pubbliche. Il grosso dei fondi europei non arriverà prima di qualche mese e anche a quel punto le risorse saranno pur sempre soggette allo scrutinio dei partner comunitari: per questo motivo il Pd fiuta l’occasione per portare a casa il risultato, confidando nel possibile sostegno parlamentare di Forza Italia (il cui apporto potrebbe essere decisivo già in occasione del voto di fine luglio al Senato sullo scostamento di bilancio) e in attesa che anche il M5s finisca per arrendersi al principio di realtà.