Governo più forte dopo il voto, in attesa del Recovery Fund

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Dopo lo scampato pericolo per l’election day dello scorso fine settimana, il governo è libero di pianificare le sue prossime mosse in vista di un autunno che si preannuncia già ora quantomeno complesso. All’ordine del giorno ci sono le implicazioni di una possibile recrudescenza della pandemia da Covid-19 anche in Italia (sta già infuriando in alcuni paesi europei), come pure la cruciale definizione degli interventi normativi deputati a veicolare i fatidici 209 miliardi europei nello sfibrato tessuto socioeconomico nazionale.

Al faticoso e precario accordo sul Recovery Fund abbiamo prontamente attribuito vere e proprie capacità taumaturgiche, a rischio delusione cocente se però finiremo per interpretarlo come una legge finanziaria qualunque (tradotto: come la solita diligenza da assaltare) e se non sapremo schermarlo a dovere dai tentativi di sabotaggio dei frugali del Nord e dei nazionalisti dell’Est. Soltanto il tempo dirà se l’alleanza M5s-Pd sarà all’altezza della sfida epocale, complice magari il buon esito politico del doppio voto di domenica e lunedì scorsi.

Nel complesso il pareggio 3-3 alle regionali (nonostante le fosche previsioni della vigilia per i candidati di centrosinistra) e il contestuale plebiscito pro-taglio dei parlamentari voluto dal M5s (votato in parlamento da tutti i partiti) costituiscono un vero e proprio balsamo per sorti e posizione del primo ministro Conte, che senza essersi esposto in maniera eccessiva in campagna elettorale guadagna tempo prezioso per governare con maggiore tranquillità. Certo il voto ha sancito anche un cambiamento piuttosto evidente nei rapporti di forza fra i due principali partiti di maggioranza, con implicazioni ancora da misurare sul piano dell’azione politica.

Il Pd, vero trionfatore della tornata, ha chiesto un immediato cambio di rotta, con inserimento in agenda di governo dei temi più cari ai Dem (Mes e modifica dei decreti sicurezza) e pubblica rinuncia al ventilato rimpasto. D’altro canto le trionfali celebrazioni dell’ex capo politico Di Maio per l’esito del referendum non sono bastate a placare le polemiche interne ai 5Stelle per l’ennesimo risultato disastroso collezionato invece alle regionali. Se è vero che il M5s si conferma poco competitivo nelle consultazioni basate su alleanze e maggioritario a turno unico (un sistema che esalta la competizione tra i candidati di punta e tende a schiacciare i meno noti), a livello strutturale il voto del 20-21 settembre ha messo in moto la resa dei conti finale fra i fautori di un’evoluzione dei 5S in partito “tradizionale” (linea Di Maio) e i pretoriani di un Movimento basato invece sulla piattaforma Rousseau e i dettami dell’ideologia fondativa (linea Di Battista).

È stato detto molto infine sul senso della mancata spallata al governo da parte del centrodestra e sull’esistenza di una questione di leadership nel principale partito di opposizione. Complice naturalmente il successo bulgaro collezionato in Veneto da Zaia, che da solo è stato capace di surclassare i voti raccolti dalla Lega.

Al di là dei meriti personali, però, sul punto andrebbe sospeso il giudizio – consci che sulla rielezione di tutti i presidenti uscenti ha pesantemente inciso la gestione dell’emergenza sanitaria. Dopo un periodo caratterizzato da una tendenza di segno opposto, l’effetto Covid ha trasformato i governatori regionali nel principale punto di riferimento degli elettori durante la battaglia contro la pandemia, garantendogli la rielezione anche quando sembrava cosa insperata.