#Leopolda10

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Ha preso il via da poche ore la decima edizione della Leopolda, la celeberrima kermesse ospitata nel grande hangar dell’omonima stazione fiorentina, elevato per l’occasione al rango di basilica della religione civile renziana. Non v’è traccia in Italia di manifestazioni politiche dai connotati altrettanto personalistici, peraltro capace di superare indenne l’incedere del tempo e di perpetuarsi quasi inalterata a prescinderei dai mutamenti di ruolo del suo leader e, in questi casi, anche di capo spirituale. Oggigiorno la Leopolda ha assunto i connotati del rito collettivo, una celebrazione di massa studiata per ripetere la medesima liturgia con ciclicità, a uso e consumo di seguaci e semplici curiosi.

Per Matteo Renzi significa riaffermare da un decennio a questa parte la preminenza della propria leadership politica, a prescindere dal partito di appartenenza o dal fatto che si trovi al governo (come nel 2014) oppure all’opposizione (fino al 2013 e di nuovo nel 2018). Soprattutto, quella del 2019 è la prima edizione in cui l’ex sindaco di Firenze potrà calcare il palco della Leopolda completamente libero da vincoli di sorta alcuna verso il Partito democratico: peculiarità che a ben vedere non crea imbarazzi, ma piuttosto sembra sciogliere entrambe le parti da un equivoco trascinatosi forse fin troppo a lungo. Per Renzi c’è adesso da lavorare al proprio riposizionamento nell’agone politico: sia nei confronti del governo che egli stesso ha contribuito a fondare in maniera decisiva, che verso l’elettorato italiano.

Prova di ciò è peraltro rintracciabile nel duello televisivo andato in scena martedì con Salvini, ove il leader di Italia Viva si è rivolto in primo luogo alla vasta platea degli elettori moderati di centrodestra e di centrosinistra, orfani in questa fase di riferimenti politici credibili e perciò potenzialmente attratti dalla nuova creatura centrista renziana. Il palcoscenico della Leopolda sarà dunque il megafono ideale attraverso cui provare a rivolgere messaggi all’elettorato di domani.

Obiettivo: raccogliere l’eredità moderata di Berlusconi senza dover per questo scendere a patti con Forza Italia, ma scommettendo al contrario sulle parole-chiave care ai suoi sostenitori quali riduzione delle imposte, lotta alla burocrazia e agli sprechi, no al giustizialismo. Le possibilità di entrare in rotta di collisione col Pd zingarettiano appaiono sin da ora piuttosto elevate: battaglie come quella per la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri oppure per la cancellazione di quota 100 hanno infatti il potenziale per mandare in frantumi i Dem.

Ma la minaccia strategica rappresentata dal dinamismo di Italia Viva può essere anche una grande opportunità per gli stessi democratici, chiamati a decidere una volta per tutta cosa voler fare del proprio futuro ora che è stato espulso il corpo estraneo renziano. Nato con l’ambizione di essere un partito a vocazione maggioritaria per superare le originali tradizioni post-comunista e post-democristiana, col tempo il Pd ha finito per ripiegare su una ben più rassicurante vocazione minoritaria fondata sulla difesa dei propri valori tradizionali e della “ditta”. In assenza di decisi e immediati cambi di rotta, il rischio però è di continuare a recitare la parte di abulico socio negli esecutivi a trazione pentastellata.