Zingaretti si è dimesso da segretario Pd

Voiced by Amazon Polly

Nicola Zingaretti si è dimesso dall’incarico di segretario del Partito democratico (Pd) dopo giorni di polemiche e attacchi contro la sua leadership. Lo ha fatto in maniera fragorosa, con un’uscita a sorpresa che sa di mossa del cavallo finalizzata a spiazzare detrattori e attendisti. Incalzando frontalmente i colleghi Dem rei di parlare soltanto di primarie e di poltrone davanti alla realtà drammatica del paese. E prendendo platealmente le distanze da un partito guidato per due anni esatti dopo la vittoria alle primarie del 2019, che chiusero quella che fino ad allora era stata la lunghissima ma in definitiva fallimentare stagione renziana.

Zingaretti è stato il decimo segretario nei 14 anni di storia del Pd, benché probabilmente uno dei più deboli fra quelli succedutisi alla testa della principale forza di centrosinistra del paese. Non ne ha mai controllato i gruppi parlamentari, nominati da Renzi; lui stesso non è un parlamentare, bensì il presidente della Regione Lazio; non è mai stato in grado di risolvere un problema tremendo per i Dem quale appunto l’assenza di un’efficiente organizzazione interna. Evaporato l’esperimento del “PdR” dell’ex sindaco di Firenze, il Pd si è infatti confermato un “amalgama mal riuscito” di tanti gruppetti e tribù perennemente in competizione fra loro. Una federazione di correnti semplicemente ingovernabile.

Il passo indietro annunciato da Zingaretti è la sublimazione di una crisi politica autentica e per tanti versi anche esiziale. Esplosa non a caso dopo la nascita del governo Draghi, esattamente quanto capitato anche al M5s. Che però è stato in grado di risolvere rapidamente il proprio problema di leadership giocando la carta di Giuseppe Conte. Per darsi quantomeno nelle intenzioni una prospettiva di rilancio politico.

I prossimi giorni faranno chiarezza sulle capacità di reazione Dem, che giunti a questo punto sembrano aver completamente esaurito la propria forza propulsiva proprio quando potevano candidarsi al ruolo nobile di partito-pilastro dell’esecutivo di salvezza nazionale guidato dall’ex presidente della Bce. Secondo i critici è la conseguenza dell’assenza di un disegno strategico che sia diverso dall’autoconservazione di sé al potere. Per chi nacque con una chiara vocazione maggioritaria, il prezzo del vuoto ideologico e culturale su cui è fondata l’attuale alleanza con i grillini è stato evidentemente troppo salato.

In attesa di novità sul futuro della leadership del Pd, sul tavolo restano almeno tre questioni fondamentali. A cominciare dal senso effettivo della mossa di Zingaretti. Si è trattato di dimissioni vere oppure solo scenografiche? Magari pensate per ricompattare il partito in vista dell’assemblea nazionale del 13-14 marzo e gettare le basi della propria rielezione mediante acclamazione e senza doversi esporre alle forche caudine del congresso anticipato. Un modo per restare in sella, dunque, ma sottraendosi alle asperità del dibattito politico interno. Col grave rischio però di minare ulteriormente la sua già scossa credibilità politica agli occhi di quanti potrebbero leggere l’iniziativa come un machiavellico espediente volto a rinsaldare la poltrona.

Dopodiché viene il tema delle conseguenze delle sue dimissioni sul progetto di un’alleanza elettorale con il M5s. Il passato recente insegna che i Dem di Zingaretti non hanno mai vinto le elezioni quando apparentati con i 5Stelle (Umbria, Marche e Liguria), mentre sono stati capaci di imporsi anche brillantemente sugli avversari (Emilia-Romagna, Campania, Toscana e Puglia) nelle varie occasioni in cui la propria offerta politica annoverava fra gli obiettivi quello di convincere e far propri anche gli elettori pentastellati. Historia magistra vitae?

Da ultima, infine, c’è una questione delicata come quella delle prossime elezioni comunali a Roma. La candidatura di Zingaretti è il sogno proibito dei suoi numerosi sostenitori romani, anche se le malelingue sussurrano che l’ipotesi sia stata fatta circolare ad arte dalle correnti Pd a lui più ostili per ripagarlo delle dimissioni a sorpresa. Il diretto interessato ha sconfessato con fastidio la suggestione, ma si sa che la politica è l’arte dell’impossibile. Di certo c’è che l’annuncio delle dimissioni è arrivato nel giorno in cui le elezioni sono state ufficialmente rinviate da giugno in autunno. Un lasso temporale che garantisce ai partiti qualche mese in più per attuare manovre politiche di ampio respiro. Quale ad esempio la sostituzione in corsa di Gualtieri con Zingaretti quale candidato ufficiale Dem, per costringere la Raggi al passo indietro e sferrare l’assalto giallorosso al Campidoglio.