Ultimi sondaggi (pubblici) prima delle Europee

A due settimane dalle europee del 26 maggio è tempo di volgere un ultimo sguardo ai sondaggi relativi alle intenzioni di voto degli italiani. Questa domenica scatta infatti il divieto di diffusione che andrà a coincidere con il periodo decisivo della campagna elettorale, quello in cui solitamente matura la decisione dell’elettorato ancora incerto o volatile. In Italia è una fetta rilevante del totale. Stando alle ultime rilevazioni, soltanto un elettore su tre ha già deciso a chi assegnare la propria preferenza in vista delle europee.
Per il rinnovo dell’emiciclo di Strasburgo si voterà con un sistema proporzio
nale puro: non sono previste le coalizioni e ciascuna lista correrà per sé.

Nel complesso i due indiscussi protagonisti di questo primo scorcio di XVIII Legislatura, M5s e Lega, sembrano pagare pegno ai litigi e alle contrapposizioni interne andate in scena con frequenza incessante negli ultimi mesi. Quantomeno nel breve periodo. Secondo il sondaggio dell’Atlante Politico, condotto da Demos per Repubblica, il partito di Matteo Salvini lascia sul terreno due punti percentuali rispetto alla rilevazione di marzo, attestandosi al 32,2% dei consensi. Meno marcato il calo dei 5Stelle, segno che il partito di Luigi Di Maio è (forse) riuscito ad arrestare l’emorragia di consensi in corso dalle politiche del 2018: le stime gli assegnano poco meno del 23% delle preferenze. Staccato di due punti, al 20,4%, c’è invece il Partito democratico, in lieve crescita rispetto a marzo e unico assieme alle forze di maggioranza a superare la soglia del 10%. Seguono Forza Italia (9,5%), Fratelli d’Italia (4,7%) e financo +Europa (4,1%), appena al di sopra della soglia di sbarramento necessaria ad accedere a Strasburgo.

Volendo considerare soltanto i partiti di governo, gli ultimi sondaggi sembrano confermare le forti perplessità sulla deriva assunta di recente dal loro scontro intestino. Il riferimento è naturalmente all’abuso della c.d. variabile giudiziaria (cfr. Weekly Report del 19 aprile e ss.) e al modo in cui la vicenda Siri abbia finito per spostare disfida e riflettori dei media più sull’identità dei singoli partiti che sulle azioni dell’esecutivo – suscettibili da par loro di poter esser discusse, criticate e ovviamente migliorate, ma pur denotando sempre la volontà di perseguire obiettivi tangibili e proprio per questo giudicabili.

Al contrario, una contrapposizione dialettica fondata su frasi quali “partito in odore di mafia” oppure “schierato con la casta” spinge verso l’imbocco di vie da cui poi diventa molto difficile tornare indietro. Senza contare l’effetto deprimente su quella parte consistente di elettorato italiano sfibrata dalle vecchie liti della politica e dagli scontri mediatico/giudiziari, oltre che alla ricerca di fatti e risultati concreti. La vicenda Siri ha avuto un ruolo naturalmente centrale nel calo dei consensi che ha colpito M5s e Lega e spiega la fretta con cui Di Maio e Salvini si siano affrettati ad aprire due nuovi fronti di scontro sui migranti e la cannabis per voltare rapidamente pagina.

Per il primo c’è pur sempre la necessità di provare a recuperare il terreno perduto dal 2018 e stemperare le tensioni di quanti all’interno del M5s non vedono di buon occhio il continuo attacco alla Lega. Per il secondo quella di blindare il rilevante consenso potenziale accumulato sin qui.