Psicosi coronavirus

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Nel giorno in cui il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale in conseguenza del rischio sanitario connesso al coronavirus, l’occasione è propizia per mettere in fila alcune fra le principali implicazioni della situazione originatasi a Wuhan, metropoli da oltre undici milioni di abitanti che negli anni è diventata uno dei centri propulsori degli investimenti cinesi sulle nuove tecnologie e l’industria pesante.

In Cina la diffusione del virus è coincisa con lo svolgimento della Festa di primavera, periodo di massima spesa in termini di consumi interni e quando i lavoratori delle megalopoli costiere si mettono in viaggio per tornare dalle famiglie nell’entroterra: si tratta della migrazione di massa più grande al mondo (riguarda quasi mezzo miliardo di persone) ed è il prodotto del persistente divario di ricchezza fra la costa e le campagne. La diffusione della malattia in un momento dell’anno tanto delicato si lega a una delle sfide più importanti per Pechino – ovvero l’urbanizzazione, mentre la reazione più o meno tempestiva delle autorità centrali avrà delle conseguenze sulla fiducia della popolazione verso il suo operato.

Ripercuotendosi in maniera diretta sulla stabilità sociale della Repubblica Popolare: per questo il contrasto del coronavirus è senza alcun dubbio l’emergenza domestica più importante per la Cina nell’era di Xi. Sul piano economico, la banca d’affari Morgan Stanley stima che Pechino potrebbe arrivare a perdere un punto percentuale di Pil nel primo trimestre del 2020, mentre la crescita globale potrebbe calare tra 0,15 e 0,3 punti se i picchi di contagio dovessero arrivare tra febbraio e marzo. In una fase di c.d. decoupling economico globale, la crisi può dunque evidenziare quanto la gran parte dei mercati globali dipenda ancora fortemente dalla fabbrica-Cina. Se le piazze finanziarie trattano al ribasso nel segno dell’incertezza, alcune multinazionali simbolo della globalizzazione come Starbucks, McDonald’s o H&M hanno deciso di chiudere o limitare le rispettive attività produttive e commerciali nel gigante asiatico, per limitare i contatti diretti ed esorcizzare il rischio-contagio.

Nel mentre i governi di Russia e Nord Corea hanno disposto il blocco delle rispettive frontiere con la Cina, per cercare di vietare la propagazione anche via terra del virus. I possibili contraccolpi riguardano naturalmente anche il mercato italiano, a cominciare dal settore turistico: tre milioni di visitatori cinesi hanno visitato il Belpaese nel 2018 e per il 2020, anno della cultura e del turismo Italia-Cina, era previsto un ingente incremento dei flussi che a questo punto si potrebbe anche ridimensionare. I rischi poi non esentano neppure il settore del lusso, dal momento che in Italia circa la metà della domanda di beni di questo tipo proviene proprio dai consumatori del Dragone. Ciononostante le autorità nazionali hanno sospeso tutto il traffico aereo da e per la Cina.

Nel mentre Facebook ha annunciato che rimuoverà i contenuti che diffondono false informazioni sul coronavirus: un segno più che tangibile del livello di allarmismo montato attorno all’emergenza, nonostante i tentativi delle autorità sanitarie di ridimensionare l’emergenza e di ricondurre il dibattito sul virus sul piano del razionale.