Partita a risiko sui vaccini

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La crisi di nervi collettiva su AstraZeneca – esplosa nel bel mezzo dell’avvio della decisiva campagna vaccinale – ha dominato il racconto della settimana politica. Molto è stato detto e scritto circa la decisione dei principali governi europei di sospendere la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda anglosvedese, trattando la questione quasi esclusivamente dal punto di vista scientifico, burocratico o contrattuale.

È invece lecito presumere che su AstraZeneca sia in corso una vera e propria battaglia strategica e di potere. A prendere la decisione è stata di fatto la Germania, costringendo a catena tutti gli altri governi europei a uniformarsi, nella consapevolezza di non poter sopportare la conseguente reazione delle locali opinioni pubbliche di fronte alla fuga in avanti del più influente paese del continente. Nei fatti il governo tedesco ha guidato la campagna per screditare il farmaco britannico.

Berlino ha preso una decisione in totale autonomia per la quarta volta dall’inizio della pandemia, innescando ogni volta un effetto domino. Era successo con la chiusura delle frontiere, con le limitazioni all’export dei materiali sanitari, con i semi-lockdown autunnali e adesso si ripete con AstraZeneca. Ciò conferma la tendenza ormai diffusa a scavalcare le istituzioni europee nelle emergenze o a usarle strumentalmente secondo i propri bisogni nazionali, lasciando puntualmente l’Ue con il cerino in mano. È un dato su cui il nostro paese farebbe bene a riflettere.

Inoltre, assieme a Francia, Italia e Spagna, la Germania è uno dei paesi europei dati come ormai prossimi a un accordo con i russi per produrre internamente lo Sputnik V. Eventuali défaillance di AstraZeneca avrebbero reso questo progetto molto più probabile e appetibile. Certo gli euro-occidentali non hanno alcuna intenzione di gettarsi fra le braccia della Russia nello stesso momento in cui Biden, chiusa la stagione trumpiana, dà dell’assassino a Putin per ricompattare i ranghi dell’Occidente contro un nemico comune e per disincentivarli a ottenere (anche) il farmaco russo.

In questo valzer delle potenze è lecito credere che il vero obiettivo degli europei sia molto semplicemente quello di esercitare le poche pressioni di cui sono capaci per ottenere più vaccini in una fase di stanca della campagna vaccinale. Prima del blocco temporaneo di questa settimana, la stessa AstraZeneca era già finita sul banco degli imputati per i ritardi delle consegne. Il problema è che al netto di formidabili capacità scientifiche, tecnologiche e manifatturiere, i paesi europei non controllano la distribuzione né tantomeno la filiera produttiva cui partecipano. Con possibilità assai limitate di imporsi sulle potenti case farmaceutiche. Emblematico il blocco all’export di vaccini anglosvedesi comminato dal primo ministro Mario Draghi a inizio mese.

Diverso il caso dei nostri principali partner e competitori. Dopo lo scenario da incubo di fine 2020, oggi gli Stati Uniti sono in netto vantaggio in termini di produzione e inoculazione poiché attingono con disinvoltura a una filiera internazionale lunghissima. I rivali russi e cinesi hanno gli strumenti per dotarsi di brevetti autoctoni, ma difettano delle capacità di produrli su vastissima scala. Ciò ne rallenta la somministrazione in patria e li costringe a usarli come strumento di diplomazia. Anche nei nostri confronti.

Così, mentre le cancellerie europee non possono attaccare Washington per l’assenza di aiuti sul fronte vaccini (Biden ha annunciato che il Vecchio Continente potrà ricevere le dosi in esubero non prima dell’estate, quando il grosso degli americani sarà vaccinato), nel mirino finisce il Regno Unito – a maggior ragione dopo che il Brexit ha lasciato una cicatrice profondissima nelle relazioni fra le due sponde della Manica.

Londra dispone di un vaccino proprietario (quello di Oxford) e su un’azienda per produrlo (AstraZeneca, per l’appunto), ma sconta una vulnerabilità importante come la necessità di appoggiarsi su una filiera internazionale (l’azienda anglosvedese ha impianti in India, Germania, Belgio, Italia e Paesi Bassi). Inoltre è di un’altra taglia geopolitica rispetto agli Stati Uniti, un fatto che la espone a rappresaglie, minacce e ricatti da parte dei paesi europei capitanati dalla Germania. Come prontamente avvenuto nell’ultima settimana.