M5s e Pd finalmente uniti nel Conte-bis

Il nuovo governo di coalizione fra M5s, Pd e LeU ha giurato ieri nelle mani del capo dello Stato ed è atteso al principio della prossima settimana dal voto di fiducia in Parlamento. Quattordici mesi fa il primo governo Conte nasceva sull’onda dell’entusiasmo popolare, dello stravolgimento dei rapporti di forza politici e della promessa di poter avviare il cambiamento del paese. Oggigiorno l’esecutivo M5s-Pd è invece il frutto di un accordo parlamentare raggiunto dopo una trattativa agostana relativamente rapida, favorita in primo luogo da quello che secondo diversi osservatori è stato il grave passo falso del leader leghista Matteo Salvini nel momento in cui era giunto all’apice della popolarità personale.

Come pure dalla ferrea avversione esibita dal capo dello Stato nei confronti dell’ipotesi di un ritorno anticipato alle urne. Il Conte II nasce all’insegna della discontinuità (il M5s “epura” infatti ben 5 ministri mentre Pd e LeU scalzano la compagine leghista), come pure dell’assenza di leader politici all’interno dell’inner circle del primo ministro, un tratto che fino a ieri era stato alla base della manifesta instabilità governativa. Crescono i ministri (da 18 a 21), anche se il dato forse più interessante è il modo in cui il Pd abbia scommesso apertamente sul successo del Conte-bis, assicurandosi ministeri di peso come Economia, Affari europei, Difesa, Infrastrutture, Beni culturali, Politiche agricole, Sud, Affari regionali e Pari opportunità. In questo modo ha potuto occupare ministeri strategici per il Mezzogiorno, si è assicurato la gestione della politica fiscale del Paese ed è divenuto il nostro interlocutore privilegiato nei confronti delle istituzioni europee, complice la candidatura dell’ex premier Gentiloni al ruolo di commissario italiano a Bruxelles.

La presenza alla Sanità dell’ex Speranza (oggi deputato LeU, ieri capogruppo Pd alla Camera) e quella al Viminale dell’ex prefetto di Milano Lamorgese (tecnico, ma in chiara quota Dem) riequilibrano i rapporti di forza con il M5s (11 a 10 per il Pd nei ministeri, ma con i 5Stelle a controllare grazie a Fraccaro lo strategico incarico di sottosegretario alla Presidenza del consiglio). Il che finirà per esaltare ulteriormente il ruolo apicale del premier Conte, chiamato stavolta ad agire in qualità di primo ministro politico e non più come semplice arbitro, stretto nella morsa dei suoi due litigiosi vicepremier. Non mancano però le incognite. In primo luogo sul piano numerico al Senato, se è vero che i nuovi alleati possono contare su 166 voti sicuri (106 del M5s, 50 del Pd, 7 del misto e 3 delle Autonomie) a fronte di una maggioranza assoluta fissata quota 161. Il sostegno di senatori a vita, ex dissidenti 5s, sudtirolesi e Maie potrebbe però sospingere le preferenze per il Conte II verso una più rassicurante quota 181 seggi.

C‘è poi il tema altrettanto delicato dei programmi di governo, con le differenze più sostanziali in materia di immigrazione, giustizia, salario minimo, concessioni autostradali, trivelle e acqua pubblica. Da non sottovalutare infine la natura stessa di Pd e M5s, che non appaiono monolitici ma piuttosto come delle federazioni di correnti e ambizioni personali suscettibili di mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo. Interrogativi che aleggiano come avvoltoi sull’effettiva durata del nuovo governo Conte.