L’Italia appesa al negoziato sul bilancio Ue

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L’andamento del negoziato sul bilancio europeo tra Parlamento e Consiglio sta travolgendo le certezze di quanti, giusto la scorsa estate, salutavano con vere e proprie manifestazioni di giubilo la scelta tedesca di avallare il sostanziale salvataggio dell’Italia mediante il Next Generation Eu.

Com’è noto, il colossale piano della ripresa dell’Europa dovrebbe infatti bagnare in particolare il Belpaese con una pioggia di miliardi atta a ridare linfa a un sistema socioeconomico sfibrato dal virus e da decenni di mancate riforme. Questo salvifico intervento del deus ex machina tedesco si inserisce alla perfezione nella pedagogia nazionale del vincolo esterno, sancito quasi trent’anni fa a Maastricht per stabilire che l’Italia non era in grado di governarsi da sé e si affidava dunque alla saggia benevolenza dell’Unione Europea.

Oggi invece la contrapposizione in scena a Bruxelles fra le due istituzioni europee più rappresentative rischia di allungare sensibilmente i tempi di erogazione dei fondi, col risultato che diventerà sempre più difficile usare una parte delle risorse a inizio 2021 come sperava di fare il governo italiano. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la notizia conferma dunque le basi precarie del progetto comunitario, con i paesi membri ampiamente incapaci di darsi delle priorità comuni o di accettare di cedere una parte della propria sovranità agli organismi dell’Ue, quando non impegnati a fare ciascuno il proprio gioco: nelle settimane scorse l’Olanda ha minacciato il veto sul Recovery Fund per difendere l’aumento degli sconti ai contributi sul bilancio ottenuto in estate, mentre Ungheria e Polonia facevano altrettanto ma per difendere il compromesso raggiunto sullo stato di diritto.

Se in occasione dell’accordo di luglio il prezzo da pagare fu l’ulteriore approfondimento della faglia tra “cicale” e “formiche” che spacca l’Unione dal 2008, lascito avvelenato della crisi del debito e della moneta unica, questa volta l’indisponibilità degli Stati a rimettere mano ai contenuti del negoziato evidenzia la discrasia fra il ruolo preminente dei governi nazionali e l’attuale assetto istituzionale dell’Ue. In questo dialogo fra sordi l’Italia rischia di rimetterci più di altri. Sia poiché deputata a ricevere la fetta più consistente delle risorse europee, sia perché uno dei paesi più esposti davanti alle implicazioni di una seconda ondata pandemica.

Nei prossimi mesi Roma si gioca davvero il tutto per tutto: in ballo c’è da rimettere in moto la terza economia dell’euro che da vent’anni è ultima per crescita e seconda solo alla Grecia per debito pubblico accumulato (135% pre-Covid, salito ora al 160%); ma soprattutto c’è da saggiarne la reale capacità di mettere in piedi – una volta per tutte – uno Stato efficiente, autorevole e adeguatamente centralizzato, in grado di navigare con successo nel mare degli anni tribolati che si staglia minaccioso davanti al nostro orizzonte. L’ennesimo ritardo nella presentazione delle bozze di bilancio alle autorità europee non depone certo a nostro favore.

Per definire la quadra non sono stati sufficienti due vertici di maggioranza; il terzo si svolgerà nel corso del fine settimana e dovrebbe essere quello decisivo. L’accelerazione della seconda ondata pandemica sta infatti complicando la trattativa fra gli alleati di governo sulle priorità delle misure economiche da inserire in manovra, oltre che acuendo le polemiche dei partiti nei confronti della gestione dell’emergenza da parte del premier e dei ministri.