L’Europa in balia delle potenze nella battaglia contro il virus

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Sta per andare in archivio un’altra settimana di tribolazioni sul fronte dei vaccini. Nonostante le promesse di mobilitazione e le richieste alle case farmaceutiche di ricevere per tempo tutte le dosi pattuite, il Consiglio del 25 e 26 marzo si è chiuso con la conferma che l’Unione europea continua a essere in tragico ritardo in materia di produzione di vaccini e a trasmettere nel suo complesso un penoso senso di impotenza e di divisione.

La crisi da Covid-19 e la campagna vaccinale dimostrano una volta di più la fragilità del nostro progetto comunitario. Con buona pace di quanti vedevano nell’integrazione un fine in sé e non un mezzo a disposizione degli Stati per ampliare la loro potenza nazionale.

In questa crisi paghiamo il fatto di dipendere da catene globali del valore terribilmente fragili e per di più nella disponibilità di paesi terzi, che nell’ora del bisogno antepongono le esigenze proprie a quelle dei popoli del Vecchio Continente. Esattamente quanto accaduto a seguito dell’ultimo stop deciso dall’India sull’export di 27 prodotti essenziali per la salute dei cittadini europei.

Ci siamo poi illusi della bontà di strategie negoziali con Big Pharma in cui abbiamo anteposto l’obiettivo di calmierare i prezzi alla certezza delle consegne. Salvo risentirci quando le aziende farmaceutiche davano la precedenza alle forniture verso paesi terzi con le idee ben più chiare delle nostre. Leggi Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e persino Cile.

Inoltre abbiamo smesso di rischiare e di investire in brevetti e innovazione proprio quando l’urgenza era massima. Marchio lampante di una mentalità declinista e post-storica tipicamente nostrana, che ci distingue da popoli ben più vitali e avvezzi dei nostri al confronto in nome dei propri interessi. Come appunto americani e britannici, che non hanno perso tempo a immettere risorse nelle rispettive risposte alla pandemia e le cui campagne vaccinali viaggiano adesso a velocità che noi europei possiamo solo sognare. A oggi gli Stati Uniti hanno somministrato oltre un quarto dei vaccini di tutto il mondo, 133 milioni di dosi su 500, mentre la Gran Bretagna ha vaccinato metà della popolazione.

Il risultato è che la commissione guidata da Ursula von der Leyen fatica drammaticamente a realizzare il piano vaccinale. Per migliorare la situazione, probabilmente nelle prossime ore i governi continentali stabiliranno maggiori controlli sull’esportazione verso paesi esterni delle dosi prodotte in loco. Il Consiglio del 25-26 marzo non ha ancora autorizzato la Commissione a procedere con il blocco totale dell’export sui vaccini prodotti nel continente ma la minaccia resta sul tavolo, in particolare sulle 29 milioni di dosi del siero di AstraZeneca rinvenute negli stabilimenti di Anagni.

È una soluzione cosmetica che non potrà stravolgere la realtà, in attesa di una produzione realmente locale. Sicché nelle prossime settimane potremmo assistere a scatti in avanti dei singoli Stati membri, impegnati ad accaparrarsi molteplici vaccini, anche non occidentali.

Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a premere sull’Ema affinché non approvi lo Sputnik V russo e il presidente Biden ha promesso che dal prossimo giugno le dosi americane di vaccino in eccesso verranno consegnate ai governi europei. I 27 capi di Stato e di governo dei membri dell’Ue che lo ascoltavano in videoconferenza si attendevano un’apertura più chiara sulle forniture di vaccini, ma non hanno avuto nemmeno un data.

Il piano di Washington è semplice: raggiungere l’immunità di gregge per poi soccorrere gli europei, così da rendere ininfluente l’apporto russo (e cinese). In attesa dei vaccini autoctoni, per l’ennesima volta nella nostra storia siamo nelle mani degli Stati Uniti, che puntano a determinare gli eventi sul nostro continente.