L’Emilia-Romagna è l’ultima spiaggia della maggioranza

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Tanto si è scritto e detto circa la valenza simbolica di un’eventuale vittoria del centrodestra in Emilia-Romagna, una delle ultime grandi ridotte della sinistra italiana che mai come quest’anno è a rischio di cadere. In termini generali c’è da verificare l’attuale stato di salute dei partiti, soprattutto dopo che il centrodestra ha vinto ben 11 elezioni regionali su 12 (Lazio escluso) negli ultimi due anni e mezzo. Oltre che capire se il boom leghista degli ultimi mesi sia stato un fenomeno passeggero oppure l’inizio di un trend più ampio.

Ma il dato forse più interessante su cui conviene fermarsi a riflettere è un altro, riguardando da vicino le ragioni di questo possibile sorpasso. A maggior ragione se si considera che nell’ultimo quinquennio la prospera regione del Nord è stata amministrata da un presidente capace come Stefano Bonaccini, che ancora due mesi fa si piazzava al secondo posto nella classifica generale stilata da Swg sui governatori di regione più apprezzati dai rispettivi elettori-residenti (peraltro l’unico espresso dal Pd a entrare nella top-5, dominata dal centrodestra).

In Emilia-Romagna l’erosione dello schiacciante vantaggio consensuale di cui godeva un tempo il centrosinistra viene infatti da lontano: già nel 2014 lo stesso Bonaccini riusciva a spuntarla con una percentuale molto inferiore rispetto a quelle che ottenevano i suoi predecessori (49%) e a fronte poi di un’affluenza bassissima (37%). In questo contesto c’è da considerare anche la forte voglia di cambiamento diffusa nel Paese, che alimenta direttamente i consensi di centrodestra e Lega. Cresciuti moltissimo nel corso dell’ultimo biennio, fino a realizzare il sorpasso su Pd e consociati in Emilia-Romagna già alle europee dello scorso anno, con un perentorio 44,7% a 38,7% – dopo aver carezzato il sogno del sorpasso anche alle politiche del 2018, quando la partita finì invece per 35,3% a 33,7% per la sinistra.

A scompaginare il panorama elettorale della regione è intervenuto inoltre il M5s, protagonista di una rapida parabola consensuale nell’ultimo quinquennio che ha avuto quale effetto primario quello di traghettare molti elettori da sinistra a destra. Al punto che oggi non è sbagliato scrivere che l’Emilia-Romagna è una regione in cui l’alleanza di centrodestra è la forza politica da battere. Di sicuro c’è che assisteremo a una tornata sul filo del rasoio, il cui esito dipenderà da poche migliaia di voti. Le altre grandi variabili sono infatti l’effetto-sardine sulla politica locale e dunque la capacità di mobilitare un numero sufficiente di giovani in funzione anti-Salvini, così come i meccanismi del sistema elettorale locale.

Il voto disgiunto chiama in causa gli elettori del M5s, che potranno optare per votare la lista (utile a eleggere i consiglieri regionali) e allo stesso tempo il candidato – in questo caso uno fra Bonaccini (csx) e Bonaccorsi (cdx), visto che il loro candidato Benini non ha nessuna speranza di farcela. Infine un passaggio sulle conseguenze della tornata: in molti ipotizzano che una netta sconfitta della sinistra possa portare alle dimissioni del segretario Pd Zingaretti o addirittura alla caduta del governo. È però lecito pensare il contrario: una debacle nell’iconico fortino del Nord finirà per compattare ulteriormente la maggioranza, giunta davvero all’ultima spiaggia.