Le ombre del caso-Siri sul futuro del governo

C’è una costante nella politica italiana che si perpetua immutabile dai tempi di Mani Pulite e che con ciclica puntualità sa riproporsi in prossimità degli appuntamenti elettorali. È la variabile giudiziaria, motore immobile che tutto crea, scandisce e disfa, senza fare distinzioni di sorta alcuna fra governi, alleanze o leadership. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello esploso alla notizia che Armando Siri, sottosegretario leghista alle Infrastrutture, è indagato a Roma e Palermo per corruzione. Il senatore del Carroccio non può essere considerato in alcun modo secondario nella squadra del premier Giuseppe Conte: è infatti l’uomo della cruciale flat tax, nonché strettissimo collaboratore di Matteo Salvini e perfino in odore di successione al ministro Danilo Toninelli alle Infrastrutture nell’eventualità di un rimpasto di governo all’indomani delle europee. Non stupisce allora che sia stato proprio Toninelli a infliggere l’umiliazione più bruciante al suo stesso sottosegretario, ritirandogli le deleghe e dunque assumendosi la responsabilità di un provvedimento politico pesantissimo che difficilmente potrà esser digerito dall’alleato leghista.

Il tutto mentre Luigi Di Maio, leader del principale partito di maggioranza, si affrettava a chiederne le dimissioni con un gesto inaudito per fermezza e tempistiche, nonostante i contorni ancora piuttosto sfumati dell’indagine avviata nei confronti di Siri. Colpisce anche il fatto che lo stesso Conte non abbia esitato a mettere da parte i panni del mediatore (indossati di frequente negli ultimi mesi) per assumere una linea molto poco conciliante verso il suo stesso sottosegretario leghista.

La rappresaglia del Carroccio non si è fatta attendere e ha investito in pieno il sindaco di Roma Virginia Raggi, bersaglio già da tempo della campagna salviniana e oggi accusata da un ex amministratore di Ama di averlo costretto a modificare il bilancio della municipalizzata per precostituire le condizioni per un cambio al vertice aziendale. Della vicenda preoccupano naturalmente le inevitabili conseguenze politiche. Soprattutto per le tempistiche.

In un frangente in cui servirebbe la massima compattezza fra alleati per affrontare la complessità dei problemi che incombono sul Paese (si pensi soltanto alla querelle sui contenuti della prossima legge di Bilancio, alla necessità di sterilizzare il rialzo dell’Iva o alle ripercussioni securitarie della crisi libica), i partner di maggioranza sembrano essere mossi in primo luogo dal desiderio di fiaccarsi a poche settimane dalle europee. Così come di stendere una provvidenziale cortina fumogena sulle rispettive responsabilità di fronte agli italiani, brandendo con noncurante facilità il contenuto di inchieste e atti giudiziari.

Che si tratti di un caso gonfiato a dismisura dai grillini per intaccare il consenso leghista oppure della vendetta del ministro Toninelli dopo il trattamento ricevuto per il Tav, la vicenda segnala che i rapporti fra M5s e Lega stanno superando il punto di non ritorno. Certo, nulla esclude che la controversia sia comunque superata. Ma dopo un inizio 2019 segnato da polemiche, invasioni di campo e compromessi, l’insofferenza è palpabile e staglia un’ombra sinistra sulle capacità di Salvini e Di Maio di proseguire l’esperienza di governo congiunta.