Le incongruenze della lotta italiana al coronavirus

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Due settimane fa scrivevamo che l’Italia era in procinto di fare i conti con gli effetti della seconda ondata del Covid. Oggi, purtroppo, la tempesta pandemica ha ripreso a sferzare con virulenza il nostro sfortunato paese, scatenando oltre a un numero di contagi da record un’ondata di paura generalizzata che insiste su due questioni fondamentali. Da una parte c’è il naturale allarme dei singoli per la crescita incontrastata delle infezioni e delle loro modalità di sviluppo; dall’altra, invece, c’è una collettività ben conscia di essersi fatta cogliere impreparata ancora una volta, soprattutto dal punto di vista sanitario.

È un dato che stride amaramente con il ricordo dei quattro mesi di effettiva tregua pandemica intercorsi dopo il primo lockdown e che oggi, proprio per questo motivo, inchioda la politica italiana tutta alla sua proverbiale incapacità di saper pianificare e gestire la cosa comune. L’impressione è insomma quella dell’eterno inseguimento dell’emergenza, con buona pace delle ricette di rilancio escogitate dai saggi della commissione Colao, degli stati generali convocati in pompa magna a Villa Pamphili dal presidente del Consiglio in persona e delle mille task force nazionali, ministeriali e regionali attivate un po’ ovunque negli ultimi sei mesi.

La verità è che l’Italia è rimasta fondamentalmente la stessa di quella dei primi giorni di maggio, con lacune gravi in fatto di contromisure essenziali quali il mancato potenziamento dell’offerta delle terapie intensive, il nodo-trasporti perennemente irrisolto, vaccini per l’influenza semplicemente introvabili e code interminabili per fare un semplice tampone.

E mentre fra gli italiani cresce la sensazione di andare incontro a un nuovo lockdown totale (magari non sarà così a parole, ma lo sarà nei fatti), la logica del confronto politico-istituzionale eternamente acceso ha fatto esplodere le mille incongruenze legate alla gestione dell’emergenza. A cominciare dal tribolato rapporto Stato-regioni, segnato da una polverizzazione delle risposte al Covid-19 che lascia esterrefatti e in cui presidenti di Regione teoricamente accomunati dall’appartenenza alla stessa area di riferimento politico invocano il lockdown generale per tutelare la salute pubblica (De Luca) e, al contrario, mettono in guardia l’esecutivo contro il rischio di innescare una vera pandemia economica e sociale (Bonaccini).

Discorso analogo per i comuni, che da un lato accusano di non essere stati coinvolti nelle decisioni di vertice e dall’altro si lamentano di avere troppe responsabilità sulle chiusure. È comunque un fatto che buona parte dei nostri attuali problemi nella diffusione della pandemia dipenda dallo iato fin troppo evidente fra la centralità dei grandi agglomerati urbani e il disegno politico-amministrativo che alloca altrove, in seno alle Regioni, la competenza sanitaria e il governo delle strutture preposte a combattere il Covid.

Da ultimo, ma non per importanza, viene la “schizofrenia normativa da Dpcm” cui assistiamo ormai da settimane, con regole diverse per frenare i contagi annunciate praticamente ogni 24 ore mentre si prova a spiegare che ciascuna scelta ha bisogno di almeno 15 giorni di tempo per poter dispiegare i suoi effetti.

L’interrogativo sorge dunque quasi spontaneo: perché procedere a colpi di nuovi Dpcm ogni 3-5 giorni se quello approvato in precedenza non ha ancora avuto il tempo di cominciare a essere applicato? Ai posteri l’ardua sentenza.