Le incognite securitarie degli aiuti cinesi all’Italia

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L’arrivo in Italia di forniture e personale medico dalla Cina per affrontare l’emergenza coronavirus ha acceso un vivace quanto insolito dibattito sulla postura internazionale del nostro Paese e le incognite securitarie connesse all’improvvisa generosità di Pechino. Sviluppo assolutamente insolito per un pubblico introverso e profondamente provinciale come quello italiano, ma che forse per questo motivo restituisce appieno la cifra della gravità della situazione.

Dopo lo scoppio dell’epidemia nella Repubblica Popolare e il silenzio imposto ai propri medici da un regime ferocemente intenzionato a salvaguardare la propria presa sul potere e assicurare la stabilità sociale nel paese più popoloso del globo, oggigiorno il Dragone sta facendo di tutto per riscrivere la storia della pandemia. Per questo c’è da sfruttare ogni situazione di vantaggio potenziale, oltre che da capitalizzare esperienza interna e programmi di assistenza estera dopo aver annunciato al mondo di essersi lasciato alle spalle il picco dei contagi. Manovra di per sé perfettamente legittima, ma che impone piena consapevolezza a chi si trova a dover fare i conti con una potenza animata da siffatte ambizioni.

Di qui l’offensiva mediatica delle ultime settimane che investe in pieno anche il nostro Paese, complice la presenza di una classe dirigente nazionale e di un ceto produttivo composti per larghe fette da entusiastici sostenitori del rapporto privilegiato con la Cina. Senza contare la reazione tardiva e spesso inadeguata inscenata da istituzioni e governi europei di fronte al contagio, che mentre minava la compattezza del fronte comunitario offriva delle vere e proprie praterie alle “ingerenze” straniere.

Per Pechino l’assistenza offerta all’Italia – uno dei paesi più ricchi, simbolici e amati del mondo – costituisce infatti un’irripetibile occasione per accrescere il proprio soft power. Non stupiscano dunque retorica ed enfasi che hanno scandito gli sbarchi in pompa magna degli aiuti cinesi nello Stivale, a cominciare dall’arrivo del primo aereo dalla Cina accolto dal ministro degli Esteri italiano in persona con al fianco l’ambasciatore di Pechino. Oppure le immagini dei medici cinesi accanto ai responsabili dell’ospedale Spallanzani durante le conferenze stampa, o quelle degli abitanti della Chinatown di Milano che donano mascherine agli spazzini – naturalmente a favor di telecamere.

L’attivismo cinese è tanto più evidente se lo si confronta con la copertura mediatica tributata invece agli aiuti medici giunti dagli Stati Uniti, o con l’insensata polemica sui tamponi regolarmente acquistati da Washington da un’azienda del bresciano. Il dibattito pubblico verte anche sul rischio che il governo cinese possa tentare di cavalcare l’emergenza sanitaria per acquisire spazio nelle economie occidentali, prima di stringere da una posizione di forza accordi di natura politica coi vari governi.

Di qui l’invito a riflettere rivolto a Palazzo Chigi dal vertice del Copasir, l’organo parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, che sta incassando plausi trasversali fra le opposizioni e in seno a pezzi importanti dell’attuale maggioranza. Il timore è che la Via della seta dedicata alla salute evocata a Conte dal presidente Xi possa fungere da apripista per favorire un ulteriore radicamento dei colossi tecnologici in Italia. Con tutte le incognite securitarie del caso.