La lunga corsa del Quirinale è aperta

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Si è aperta ufficialmente la lunga corsa del Quirinale dopo che in settimana il capo dello Stato Sergio Mattarella ha dichiarato a una scolaresca romana di essere pronto a riposarsi fra otto mesi, quando nel febbraio 2022 si concluderà il suo settennato al Colle.

Mattarella aveva già fatto trapelare la sua contrarietà a una rielezione lo scorso febbraio, dicendo che sarebbero stati i suoi ultimi dodici mesi alla presidenza della Repubblica. In settimana è tornato a esporsi sul tema, parlando ai piccoli perché i “grandi” della politica intendessero.

L’ipotesi di un secondo mandato – magari temporaneo, ovvero propedeutico a dare tempo a Mario Draghi di completare l’opera per cui è stato chiamato a Palazzo Chigi prima di passare al Quirinale – è semplicemente fuori discussione. Se il motivo ufficiale del diniego è la stanchezza legata all’età, quella reale è infatti l’insostenibilità di una sua riconferma dal punto di vista politico-istituzionale. Per due ordini di ragioni.

In primo luogo per quanto stabilisce il dettato costituzionale, che non prevede ma di certo neppure esclude la rielezione del capo dello Stato. Il fatto è che nessuno aveva previsto che subito dopo la rielezione di un presidente come Napolitano, avvenuta in un momento particolarmente grave per la vita del paese, ce ne possa essere subito una seconda. Il messaggio di Mattarella è semplice: l’eccezione non deve diventare una regola.

In secondo luogo per quanto concerne il rapporto con i partiti. In vista di febbraio il capo dello Stato vuole un’assunzione di responsabilità da parte delle forze di maggioranza, che già adesso faticano a ragionare su una regia politica comune nonostante le larghe intese nominali su cui è nata l’attuale compagine di governo. Il rischio è che complice l’approssimarsi delle amministrative autunnali il clima di unità nazionale possa incrinarsi ulteriormente, con l’effetto di trasformare il voto per il Colle in un altro braccio di ferro parlamentare.

Il fatto che tutte le forze politiche continuino ad avere grosse difficoltà anche solo per trovare i candidati alle prossime amministrative (figurarsi, dunque, per accordarsi su un candidato comune per il Quirinale) è la conferma che il sistema politico-partito italiano non si è ancora ripreso dalla crisi esplosa con la pandemia. Di qui dunque l’ultimo monito del capo dello Stato, che sa di dovergli garantire altri stimoli esterni e tempo per rimettersi in ordine dal punto di vista organizzativo, definire meglio i propri obiettivi e programmi e provare a recuperare il rapporto di fiducia con i cittadini-elettori.

La confusione è tale da non poter escludere che alla fine sarà proprio Draghi il successore di Mattarella, soprattutto se nei prossimi mesi saprà portare a termine il suo mandato che consiste nella messa in sicurezza del paese sul piano sanitario, economico e sociale. Sotto questo profilo la prossima legge di Bilancio costituirà un vero spartiacque, poiché dirà se il presidente del Consiglio sarà riuscito nell’impresa di collocare la traiettoria economica-finanziaria dell’Italia su un sentiero di vera crescita.

Per il momento il diretto interessato si nasconde, preferendo sfruttare la conferenza stampa volta a illustrare l’ultimo provvedimento economico del governo (il decreto Sostegni-bis) per mettere in mostra il suo cipiglio decisionale a scapito dei principali alleati di maggioranza. A farne le spese è stato soprattutto il segretario Pd Enrico Letta, protagonista di una virata a sinistra negli ultimi giorni che sarebbe dovuta essere funzionale a superare il momento di difficoltà interna dovuto allo stallo negoziale con il M5s in vista delle amministrative.

Draghi ha stroncato sul nascere la suggestione dell’ex premier di aumentare le tasse sui ricchi per aiutare i giovani, salvo poi concedersi un contatto diretto con lo stesso Letta. Per stemperare i toni e ricucire con l’alleato, il cui appoggio – fintantoché rimarrà segretario Pd – sarà comunque fondamentale in vista delle sfide cruciali che attendono governo e maggioranza.