La Commissione von der Leyen è pronta a partire

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Dopo un lungo e tribolato travaglio, la nuova Commissione europea della signora Ursula von der Leyen dovrebbe entrare in carica il prossimo 1° dicembre, a seguito del voto del Parlamento europeo fissato per mercoledì 27 novembre.

Si tratterà del 17° esecutivo nella storia europea: mentre la precedente Commissione Juncker ebbe a operare sulla scia della crisi economica, finanziaria e debitoria che colpì il continente a partire dal 2011-12, oggi la commissione guidata dall’ex ministro della Difesa tedesco si pone l’ambizioso obiettivo di trasformare l’Unione in soggetto geopolitico compiuto, consolidandone le basi per rilanciarne il ruolo nel mondo e soprattutto scongiurarne la disgregazione. Compito ai limiti del sovrumano: mai come in questa fase storica gli attori europei si riscoprono infatti infragiliti e privi di un’identità comune. Preda di visioni del mondo spesso antitetiche, incapaci di sciogliere i nodi che ne minacciano il futuro unitario e dunque portati a volgere lo sguardo verso formule aggregative più confacenti ai rispettivi interessi nazionali.

La Commissione appare inoltre debole ancor prima di partire. Prova ne siano la risicata maggioranza parlamentare che la sostiene a Strasburgo (von der Leyen è stata eletta a luglio con soltanto 9 voti di scarto e un consenso nettamente inferiore rispetto ai suoi due predecessori, Juncker e Barroso), oppure lo scontro politico sottotraccia che lacera le istituzioni europee. Ad aprire le ostilità era stato in estate il presidente francese Macron mettendo in discussione la regola dello Spitzenkandidat, fortemente auspicato da un Parlamento costretto invece a digerire le scelte dei governi nazionali e quindi successivamente lesto a bocciare la prima candidata francese Goulard per ripagare l’inquilino dell’Eliseo.

Paradigmatica è poi la questione legata al Commissario britannico dopo il rinvio del Brexit al 31 gennaio. Stante la volontà di Londra di non fare nomine prima dell’esito delle elezioni nazionali del 12 dicembre, le istituzioni europee hanno aperto una procedura d’infrazione nei confronti del Regno Unito.

Sono comunque cinque i commissari che con ogni probabilità andranno seguiti più di altri. La danese Margrethe Vestager, il francese Thierry Breton, l’italiano Paolo Gentiloni, il lussemburghese Nicolas Schmit e la svedese Ylva Johansson. La prima continuerà a occuparsi di diritto alla concorrenza – un portafoglio che in passato l’ha indotta a prendere decisioni controverse – e sovraintenderà anche alla (attesa) rivoluzione digitale. Il secondo sarà responsabile di un portafoglio ampio e ricco e avrà il compito di favorire la nascita di una politica industriale europea, oltre che l’ascesa di “campioni europei” capaci di competere con le grandi aziende americane e cinesi. Il terzo dovrà adoperarsi per completare l’unione bancaria e rafforzare l’assetto istituzionale dell’eurozona, trovando il giusto bilanciamento tra la difesa della disciplina di bilancio e la flessibilità nell’applicazione delle regole. Il quarto invece dovrà gestire le conseguenze sociali della crisi economica e fare magari da trait d’union politico tra Parlamento e Commissione. La quinta infine sarà chiamata a occuparsi di migrazioni e riformare il diritto d’asilo in Europa, il tema che ha spaccato l’Ue negli ultimi anni.