La battaglia europea di Draghi sui vaccini e quella dei partiti sui sottosegretari

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Mario Draghi ha fatto il suo esordio al Consiglio europeo in qualità di capo del governo italiano. Con fermezza e senza alzare i toni, il nuovo primo ministro ha subito messo alla sbarra la strategia dei vaccini della presidente Ursula von der Leyen – reputata non rassicurante poiché priva di certezze – esortando l’Ue a un cambio di passo immediato nella risposta alla pandemia e nei confronti dei colossi di Big Pharma, rei di non aver rispettato gli impegni nella fornitura di dosi.

 

La prima uscita europea di Draghi è stata anticipata da un doppio confronto con Angela Merkel ed Emmanuel Macron, una mossa che svela la volontà di sostanziare un ruolo italiano di spicco nella lotta al Covid-19 al fianco di Germania e Francia. Dopodiché il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto della bilancia tutto il suo peso di leader internazionale acclamato e rispettato, esibendo una fermezza quasi perentoria nel dialogo con le autorità Ue che nessun altro capo di governo euroscettico avrebbe mai potuto adottare. Specialmente se italiano.

 

Draghi ha incalzato la signora von der Leyen su questioni terribilmente concrete, conscio del fatto che la partita contro il virus è una battaglia decisiva per il futuro dell’Ue e che in quanto tale richiede armi affilate per arrivare alla vittoria. Ad esempio, il premier ha posto l’accento sulla lacunosità giuridica dei contratti stipulati con le case farmaceutiche, invocando contromisure all’export degli inadempienti e proponendo di mettere un freno temporaneo al sistema Covax – pensato per la donazione di vaccini ai paesi in via di sviluppo ma chiaramente ancora fuori portata dalle capacità di paesi europei incapaci di proteggere sé stessi.

 

La linea dura dell’ex presidente della Bce è finalizzata a dare una svolta alla politica dell’Ue dopo il fallimento nel coordinamento della risposta all’emergenza dello scorso anno. In ballo c’è da salvaguardare la coesione sociale delle comunità nazionali del Vecchio Continente, giunta a un punto limite dopo mesi di restrizioni e di chiusure, oltre che la credibilità della politica nei confronti dei cittadini.

 

A livello temporale la partita europea di Draghi si intreccia con il poco edificante spettacolo offerto dalle forze di maggioranza in materia di composizione delle caselle di sottogoverno. Difficile non far caso al silenzio del premier sui propri sottosegretari a fronte della sua ferma vocalità europea sui vaccini. Questione di priorità della leadership e di rapporti di forza nell’esecutivo.

 

Dopo essere stati esclusi dalla scelta dei ministri, i partiti si sono dati battaglia per ben nove giorni di fila sui nomi dei 39 sottosegretari e viceministri necessari a completare la squadra di governo. Le caselle sono state riempite con figure quasi tutte politiche (20 uomini e 19 donne) ma all’insegna del basso profilo, un segno lampante del ruolo assolutamente marginale in cui sono scivolati i partiti in questa stagione emergenziale della vita del paese.

 

Le turbolenze sono state tali da provocare lo stop temporaneo a un apposito Consiglio dei ministri e a indurre il premier a minacciare di scegliere da solo in mancanza di accordi nella maggioranza. Fra i più accesi oggetti del contendere ci sono stati gli incarichi all’Interno (entra la Lega, esce il Pd) e alla Salute (nel centrodestra c’era chi voleva ridimensionare il rigorista Speranza), come pure la delega ai Servizi (finita la capo della Polizia Gabrielli) e quella all’Editoria (assegnata al forzista Moles). Davvero emblematico infine l’accrescimento/accentramento delle competenze a Palazzo Chigi: si passa dai tre sottosegretari della presidenza del Consiglio del Conte II agli attuali nove di Draghi.