Il viaggio di Salvini negli Stati Uniti

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Il viaggio a Washington del vicepremier Matteo Salvini è il guanto di sfida alle istituzioni europee nel momento di massima pressione di Bruxelles sui conti pubblici italiani. Come pure un messaggio inequivocabile rivolto al M5S dopo le aperture alla Cina degli ultimi mesi e le scelte contraddittorie compiute dall’alleato di governo in fatto di politica estera. Anche se il protocollo istituzionale gli ha precluso l’agognato incontro con il presidente Donald Trump, il viaggio statunitense del leader leghista può esser considerato un suo piccolo successo personale che lo colloca direttamente fra gli uomini forti cui nel 2019 sono state dischiuse le porte della Casa Bianca: il presidente ungherese Viktor Orbán e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Inoltre, gli incontri con il segretario di Stato Mike Pompeo e il vicepresidente Mike Pence hanno costituito l’occasione per ribadire il fermo ancoraggio atlantico dell’Italia e approfondire il rapporto fra colui che soprattutto dopo le elezioni europee è il reale dominus del governo Conte e i vertici dell’amministrazione Trump. In un frangente internazionale segnato dalle implicazioni del Brexit e dalla fatale debolezza dell’Ue, oltre che dalla lontananza fra i governi di Washington, Parigi e Berlino, Salvini intende proporsi come il nuovo punto di riferimento degli Stati Uniti.

Prova ne siano le entusiastiche dichiarazioni di fedeltà alla politica iraniana, venezuelana, libica, mediorientale e cinese degli Stati Uniti. Come pure i timori per l’ingerenza di “paesi non democratici nelle infrastrutture strategiche” dell’Italia. Se il riferimento è alla Cina e ai suoi crescenti investimenti, la critica più forte è rivolta ai 5Stelle e alla loro illusione di poter dialogare con un colosso del calibro della Repubblica Popolare scindendo questioni economico-finanziarie dalle grandi scelte strategiche che contribuiscono a determinare la collocazione geopolitica di un paese.

L’unico tema rilevante di politica estera su cui Salvini mantiene qualche distanza dagli Usa è la sua affinità con Vladimir Putin, benché sia un fatto che sul dossier russo l’Italia possa svolgere un’utile funzione di dialogo con Mosca nel momento in cui la priorità di Washington è riuscire a depotenziare l’intesa con Pechino del Cremlino. Sul fronte politico interno ed europeo, il viaggio statunitense del vicepremier leghista si è svolto nel bel mezzo del negoziato con Bruxelles sui conti pubblici italiani e a fronte delle tensioni irrisolte fra Lega e M5s che risultano persino acuite dal ribaltamento dei loro rapporti di forza a seguito delle europee di fine maggio. Se è certo che nell’immediato gli incontri bilaterali di Salvini a Washington non produrranno vantaggi tangibili per gli interessi dell’Italia, il viaggio ha avuto comunque il merito di corroborarne l’immagine di statista competente e ascoltato agli occhi del principale alleato del nostro paese.

Una differenza stridente con i viaggi americani di Luigi Di Maio e la sua iniziativa francese dello scorso febbraio, quando il capo politico del M5s si rese protagonista di un improvviso blitz in terra d’oltralpe per incontrare alcuni esponenti del movimento di protesta di gilet gialli e il cui unico effetto fu una crisi nei rapporti già complessi con la Francia, compreso il ritiro dell’ambasciatore a Roma.