Il senso per l’Italia della visita di Pompeo

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Mentre la politica nazionale è fatalmente avviluppata alle tradizionali liturgie autunnali su presunti o veritieri margini di manovra fiscale, a loro volta anticipatorie della consueta battaglia parlamentare per la scrittura della legge di Bilancio, la visita in Italia del segretario di Stato americano Mike Pompeo ci offre una splendida occasione per volgere lo sguardo oltre i confini angusti dello Stivale e mettere in fila le principali dinamiche estere che più ci riguardano da vicino.

Pompeo si è trattenuto in Italia per ben quattro giorni, un dato già di per sé rilevante visti i ritmi incalzanti della diplomazia internazionale, e che certifica meglio di mille parole la centralità del nostro paese nel confronto strategico fra Stati Uniti e Cina per l’egemonia globale. Fra gli svariati messaggi lanciati alla politica estera italiana da Pompeo, difatti, quello sicuramente più pregnante è stato l’esplicito ammonimento al governo Conte sulla recente apertura alla Repubblica Popolare. Washington non intende permettere a Pechino di penetrare con disinvoltura la propria sfera d’influenza in Europa presso uno snodo strategico del suo impero informale qual è appunto la nostra penisola.

Anche per questo motivo Palazzo Chigi si è affrettato a ribadire di aver preso misure stringenti per far monitorare all’intelligence l’installazione e l’uso di tecnologie cinesi sul nostro suolo, a partire dal sempre più strategico e divisivo 5G. Dai colloqui con le più alte cariche istituzionali non poteva non emergere anche il tema dei dazi americani all’Ue per il caso Airbus, accusata dal contendente americano Boeing di aver ricevuto negli anni sussidi illeciti da parte dell’Unione Europea. Benché l’Italia non sia parte del consorzio aeronautico che lega invece Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, i prodotti alimentari tricolore rischiano di essere i più colpiti dopo quelli francesi.

Gli Stati Uniti sono infatti il secondo partner commerciale italiano, con un volume d’affari sicuramente apprezzabile (circa 1 miliardo di euro), ma certo non tale da far precipitare la performance economica dell’Italia in caso di stretta doganale. Lo spettro dei dazi americani sulle merci italiane è dunque l’ennesimo segnale dell’irritazione statunitense nei confronti dell’Italia, rea specialmente negli ultimi mesi di aver esitato troppo a lungo su partite decisive per il futuro della nostra alleanza con gli Stati Uniti come appunto 5G, Venezuela e financo F-35. Se fino a ieri gli avvertimenti erano giunti principalmente per le vie riservate, con la visita di Pompeo e la minaccia dei dazi all’Ue la superpotenza ha mandato una richiesta di lealtà ineludibile al nostro paese e ai suoi inesperti governanti.

Convinti di poter stringere senza conseguenze un trattato con i cinesi, accogliendone in pompa magna il presidente-imperatore neanche un anno fa. Pompeo ha inoltre colto l’occasione per criticare velatamente l’inserimento del nostro apparato produttivo nella filiera industriale della Germania. Facendo in questo modo emergere l’intento americano di colpire il recente riavvicinamento registrato fra Berlino, Roma e Parigi volto a ridare compattezza al blocco occidentale dell’Ue, le cui recenti intese preliminari in campo fiscale, finanziario, migratorio e ambientale ne sono una diretta conseguenza.