Il metodo Draghi colpisce ancora

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Parola d’ordine: discontinuità. Ma anche primazia, quella rivendicata da Mario Draghi nelle scelte che modificano i vertici di Cassa depositi e prestiti e di Ferrovie dello Stato e che non sono state oggetto di alcuna discussione con i capi della maggioranza che appoggia il suo governo.

Dopo una prima fase vissuta all’insegna del posizionamento e del litigio, le forze politiche hanno accolto senza particolari scossoni le ultime decisioni di Draghi. Che rinnovano i componenti delle cabine di comando di due delle più importanti aziende partecipate dello Stato e annunciano una dinamica che si potrebbe ripetere a breve, adesso che all’orizzonte ci sono il rinnovo del consiglio di amministrazione della Rai e la selezione di oltre 400 candidati per riempire altrettante caselle nella galassia delle società pubbliche.

Tanto si è scritto negli scorsi mesi a proposito del “metodo” Draghi (cfr. Weekly report del 12 febbraio e ss.), che ascolta con garbo prima di decidere da solo oppure affidandosi solamente a persone di sua diretta fiducia. Senza strilli e senza polemiche, l’ex governatore della Bce sta ridisegnando la verticale del potere della Repubblica italiana.

I primi a farne le spese sono stati i partiti, tagliati fuori sin da subito dalle trattative su posti e poltrone del nuovo governo; poi è stata la volta della task force anti-emergenza pandemica messa in piedi dal precedente esecutivo, smantellata un pezzo alla volta; quindi è toccato ai servizi segreti, con la nomina di un’autorità delegata e la sostituzione del capo del Dis; da ultimo, infine, si è arrivati alle aziende partecipate.

In questa fase la priorità del presidente del Consiglio è di ricreare una capacità di spesa credibile negli apparati dello Stato che presto saranno chiamati a investire oppure a gestire gli oltre duecento miliardi in arrivo dall’Ue, affidandosi a personalità con un’esperienza in grado di consentire loro di emanciparsi dalla politica. La stagione degli interventi volti a risolvere una serie di problemi economico-politici, prescindendo dai reali interessi del paese, dovrebbe essere alle spalle.

Il che rende ancora più sorprendente il sostanziale e complessivo assenso della politica. Per il M5s si è trattato di un vero e proprio schiaffone, l’ultimo di una lunga serie se è vero che il partito fondato da Beppe Grillo era stato il principale azionista delle due precedenti compagini governative. La rimozione di Fabrizio Palermo dal vertice di Cdp per fare posto al “Draghi boy” Dario Scannapieco è stata vissuta come un’umiliazione, tanto che fra i grillini eletti in Parlamento sono in molti a domandarsi apertamente il senso di continuare a sostenere l’attuale esecutivo.

Il partito-movimento è di fatto inesistente e persino il capo prossimo venturo Giuseppe Conte appare del tutto incapace di incidere sulla scena, bloccato com’è dalla guerra intestina sui dati con Rousseau. Nel mentre il reggente Crimi passa da una proroga della carica all’altra, Luigi Di Maio preferisce mantenersi in disparte e il partito è alla mercè di un vuoto di potere che cancella ogni giorno che passa il ricordo del trionfo elettorale del 2018.

Neppure la Lega ha avuto da ridire sulle ultime scelte di Draghi, condividendole pubblicamente. Complice l’esigenza di mascherare l’assenza di una classe dirigente da spendere nell’alta burocrazia statale e in nome di una tattica finalizzata a superare la fase di “lotta e di governo” con il tentativo di intestarsi i risultati di Palazzo Chigi. Nella consapevolezza di quali sarebbero le conseguenze di aspre e incontrollate contrapposizioni identitarie suscettibili di mettere a repentaglio l’azione dell’esecutivo.

Discorso analogo per il Pd, in generale sofferenza per l’incapacità del suo segretario Enrico Letta di trovare una formula politica chiara da spendere nei confronti degli elettori ma comunque fresco di riconciliazione con il primo ministro dopo le tensioni della scorsa settimana. Più delle mosse per arrivare alla riconquista del Campidoglio, i dem sembrano completamente assorbiti dalle grandi manovre per eleggere il prossimo inquilino del Quirinale.