Il caso Diciotti, i dubbi del Movimento e il rapporto politica-magistratura

Il caso Diciotti è l’evidente nodo politico che scuote gli alleati di maggioranza ma che in realtà rimanda a qualcosa di ben più pregnante del già complesso rapporto fra governo e accoglienza dei migranti. In ballo ci sono infatti ruolo e prerogative della politica dopo quasi un decennio di crisi. Ma procediamo con ordine. La richiesta di autorizzazione a procedere per sequestro di persona spiccata contro Matteo Salvini è la bomba che può far deflagrare il governo Conte e che ha spazzato via in un sol colpo le strumentali polemiche pentastellate contro la Francia di soli sette giorni fa.

Non semplifica le cose il fatto che l’istanza presentata dal tribunale dei ministri di Catania giunga nel bel mezzo di problemi affatto secondari come il brusco rallentamento economico, la maggiore autonomia chiesta a gran voce dalle ricche regioni del Nord che sta per approdare in Consiglio dei ministri e le elezioni regionali in Abruzzo e Sardegna di questo mese, un utile test sullo stato di salute dei partiti in vista delle europee di maggio.

Se è scontato il voto contrario della Lega in Giunta per le autorizzazioni, la questione approfondisce i dubbi esistenziali del M5s emersi negli ultimi mesi su una moltitudine di dossier. Per il Movimento si tratta infatti di dirimere lo spinoso conflitto che ruota attorno a un tema – come appunto la giustizia – che occupa un posto essenziale nel programma e nelle origini pentastellate, contrapponendo le ragioni nobili dell’ideologia fondativa all’aspra realtà dell’arte di governo.

Da una parte il rischio di spezzare il Movimento e scontentare in maniera forse irreparabile una fetta del proprio elettorato, benché probabilmente minoritaria; dall’altra la plateale delegittimazione della politica migratoria dell’alleato, che a quel punto potrebbe sentirsi autorizzato a mettere in discussione il patto con i Cinquestelle. Il premier in persona si è mosso per rivendicare il carattere politico e collegiale della scelta su Nave Diciotti, con un’operazione che ne conferma le doti di mediatore anche sul fronte interno e che anticipa agli occhi della base grillina la sempre più probabile retromarcia del M5s in difesa di Salvini. In realtà, toccando il concetto di sovranità nel suo punto più delicato, ovvero l’amministrazione delle frontiere, la vicenda costituisce un formidabile banco di prova per verificare se la politica italiana sia oggi di nuovo in grado di esercitare appieno il suo potere discrezionale, dopo avervi colpevolmente rinunciato a seguito della crisi del 2011.

Difficile infatti non scorgere dietro alla roboante affermazione di M5s e Lega alle ultime elezioni politiche una sorta di reazione punitiva contro il percepito ampliarsi del potere delle burocrazie nazionali (a cominciare dal potere giudiziario) e di altri corpi esterni allo Stato (mercati finanziari, corti internazionali, eurocrati), nonché contro i rispettivi referenti partitici in sede domestica.

L’intervento della magistratura su un atto squisitamente politico come la decisione di un ministro della Repubblica di fermare su una nave militare italiana un gruppo di migranti, in piena sicurezza e mentre il governo conduce una trattativa con gli altri paesi europei, è destinato a segnare – nel bene o nel male – la storia del rapporto tra magistratura e politica in Italia, negli anni a venire.