I sottosegretari chiudono la crisi, gli alleati ragionano sulle regionali

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L’ultimatum del premier ai partiti ha sbloccato la trattativa sulle nomine di viceministri e sottosegretari del Conte II, che si trascinava invero da giorni. Raggiunta la quadra sui ruoli apicali della squadra di governo una settimana fa e ottenuta la fiducia di Camera e Senato tra lunedì e martedì, l’interlocuzione fra M5s e Pd è proseguita ponendosi l’obiettivo di completare la compagine governativa mediante la nomina di ulteriori figure-chiave per il suo ordinario funzionamento.

Oltre che nei ministeri, difatti, i sottosegretari giocano un ruolo fondamentale per seguire i lavori della camere e impostare un dialogo proficuo con la stessa maggioranza parlamentare. Nel complesso si è trattato di una partita non meno complessa di quella andata in scena per i vertici dei dicasteri, cosa peraltro evidenziata dai continui rinvii di M5s e Pd o dal richiamo cui è dovuto giungere lo stesso primo ministro per arrivare a un punto di sintesi. In mattinata il Consiglio dei ministri ha nominato 10 viceministri e 32 sottosegretari, assegnando la maggioranza degli incarichi ai 5Stelle con 21 sottosegretari e 6 viceministri.

Il Pd ha ottenuto 18 sottosegretari e 4 viceministri mentre gli altri due junior partner di coalizione – ovvero LeU e Maie – esprimono due e un sottosegretario rispettivamente. Il giuramento fissato per lunedì prossimo a Palazzo Chigi concluderà formalmente la crisi di governo estiva, che peraltro è stata superata in tempi relativamente rapidi nonostante l’entità della torsione politica imbastita dai 5Stelle nelle ultime settimane – ovvero: dal contratto di governo con la sovranista Lega all’accordo parlamentare con l’europeista Pd.

L’altro elemento più interessante nel dialogo fra gli alleati riguarda la proposta lanciata dal ministro e dirigente Dem Dario Franceschini per un’alleanza alle prossime regionali fra le forze che hanno appena assunto le redini del Paese. Agli occhi dello stato maggiore pentastellato il tema non sarebbe neppure all’ordine del giorno, ma è un fatto che i nuovi alleati di governo sentano con forza la necessità di reagire a quello che sul piano locale ha assunto i contorni di un irresistibile tsunami dei partiti di centrodestra. I primi mesi del 2019 hanno difatti confermato la tendenza in essere dallo scorso anno, quando lo schieramento a trazione leghista (ma non solo, né sempre) è riuscito a imporsi in quasi tutte le regioni andate al voto e già governate dal centrosinistra: Lazio escluso, in Molise, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento.

Questa dinamica si è riproposta anche nell’anno corrente, con le vittorie del centrodestra in Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte fra febbraio e maggio. Il 27 ottobre sarà la volta dell’Umbria, ove il leader leghista Salvini è già in piena campagna elettorale. Sarà poi la volta di Calabria e soprattutto dell’Emilia-Romagna, la storica roccaforte rossa della sinistra italiana dove la Lega si è imposta come primo partito alle ultime europee e ha strappato ai Dem la guida di diversi Comuni, come Ferrara e Forlì. A tal proposito l’impressione è che nonostante le smentite di rito, gli alleati di governo siano alle prese con le prime battute di un negoziato dall’esito sicuramente ancora incerto, ma non per questo da confinare con certezza assoluta nel campo dell’impossibile.