I rischi dello statalismo

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Dopo decenni segnati da dotti dibattiti sull’inevitabile tramonto dello Stato nazionale e poi sull’avvento di un’età aurea segnata dal primato di pletoriche organizzazioni internazionali e da non meglio identificati soggetti sovranazionali, la crisi da Covid-19 ha ribadito centralità e supremazia delle istituzioni pubbliche legittimate dal consenso popolare. Con un parola, per l’appunto, degli Stati.

E mentre il nostro paese si accinge con somma fatica a recuperare una parvenza di normalità in attesa di affrontare il diluvio socioeconomico che lo attende in autunno, l’occasione è propizia per riflettere su quali siano le conseguenze di un decisore pubblico nuovamente in grado di spendere a debito, tanto più se potendo attingere a fondi europei nominalmente infiniti.

Con buona pace degli epigoni delle scuole di pensiero liberiste e progressiste – entrambe nude e fatalmente inermi di fronte al clima d’eccezione pandemico, oggigiorno il potere statale è riuscito a riappropriarsi nel bene e nel male della sua dimensione primigenia, ovvero quella di proteggere e disporre della vita dei cittadini-sudditi, oltre che di presentarsi come l’unico attore in grado di creare ricchezza dalle macerie della crisi.

Lo dimostrano le tante richieste di aiuto alla politica provenienti da compagnie aeree, energetiche e case automobilistiche, di colpo dimentiche dei virtuosismi della “mano invisibile” del mercato o di potersi fregiare del peloso titolo di “cittadini del mondo”. Discorso analogo per i progetti di trasformare la Cassa Depositi e Prestiti, una banca che partecipa al capitale di diverse imprese strategiche nazionali, in novella, aggiornata e potenziata versione del mussoliniano Iri.

La riscoperta del ruolo imprenditoriale del pubblico si presta naturalmente a diverse considerazioni. Cosa rimane ad esempio del settore privato – ovvero il volano su cui poggia la crescita del prodotto nazionale – a fronte di uno Stato che allarga a dismisura le proprie competenze, costituendo appositi fondi, società e cda? E che peso bisogna dare agli allarmi delle tante Cassandre use ad associare la fiammata statalista a un biglietto di sola andata per il nostro paese verso un radioso futuro di Venezuela mediterraneo? Se è vero che il trauma del virus ci obbliga a ripensare alla radice il modello di sviluppo nazionale, sarebbe un grave errore pensare di poter riavviare un nuovo ciclo di crescita in Italia affidandosi al mero rilancio dell’intervento statale in economia. Si pensi ad esempio al ruolo essenziale svolto dagli apparati burocratici delle grandi democrazie occidentali (e non solo) nella gestione e nell’allocazione delle risorse pubbliche, oppure alla loro capacità di fungere da corpo equilibratore dello Stato da opporre all’erraticità della politica.

Negli ultimi decenni il nostro Paese ha invece scelto di smantellare il peso della sua amministrazione statale, comprimendone l’autonomia e finendo per subordinarla alla classe politica. Col risultato di ridurne competenze e prestigio, quando non di deresponsabilizzarla del tutto, nello stesso frangente in cui si è tornati a invocare a gran voce proprio l’intervento delle componenti pubbliche per uscire dalla crisi. La cronaca dei contrasti tra regioni e Stato centrale che vorrebbe tornare a comandare senza sapere bene cosa fare – complice l’assenza di una classe dirigente competente – è storia di questi giorni. Il rischio di rimanere intrappolati in uno statalismo farraginoso è insomma dietro l’angolo.