I primi 30 giorni del governo Draghi

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Domani sarà passato un mese dal giuramento del nuovo governo nelle mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Giunto a Palazzo Chigi sull’onda di enormi aspettative dentro e fuori l’Italia, il capo dell’ennesimo esecutivo repubblicano, il sessantasettesimo dal 1948 a oggi, potrebbe rivelarsi un vero spartiacque nella nostra storia nazionale.

Non si tratta della necessaria vittoria sul virus a un anno dal primo lockdown o di una mera partita economica, quanto piuttosto dell’ultima chance di impostare il rilancio del paese rianimando una sfibrata Repubblica italiana, a cominciare dalle sue istituzioni. In ballo c’è da non perdere completamente la sovranità e mettere a repentaglio la nostra stessa coesione nazionale.

È una percezione che comincia a farsi largo anche presso il grande pubblico e che spiega il senso di attesa quasi messianica ingenerato dall’ultimo cambio di guardia a Palazzo Chigi. Di qui la crescita di fiducia nei confronti del primo ministro registrata in queste settimane, che fa da contraltare al sentimento di cautela con cui gli elettori guardano ai partiti e alla loro effettiva volontà di mettere da parte le rivalità per rispondere alle necessità del paese.

Nel corso dei primi trenta giorni al potere, l’ex presidente della Bce si è concentrato quasi esclusivamente su due grandi priorità: lotta al coronavirus e gestione dei fondi europei. Se al ministero della Salute, impegnato in prima linea contro il Covid-19, la parola d’ordine è stata continuità con il precedente esecutivo (un risultato gradito alla componente giallo-rossa della coalizione), la rimozione di Arcuri quale commissario straordinario segnala la scelta di ridefinire completamente la squadra alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio (come chiedevano invece le forze di centrodestra).

Più che gratificare gli azionisti della maggioranza, in ballo c’è da avviare la campagna di vaccinazioni, selezionando persone con competenze anche molto diverse da quelle dei rispettivi predecessori. Come appunto il generale dell’esercito Figliuolo, esperto di logistica, con un profilo ben più funzionale rispetto al manager di Invitalia Arcuri per la gestione centralizzata del piano di immunizzazione. Completano la task force anti-emergenza il nuovo capo della protezione civile, Fabrizio Curcio, che torna nel ruolo già ricoperto in passato, e persino l’autorità delegata per l’intelligence, Franco Gabrielli, ex capo della Polizia.

Dopo un anno di lotta al Covid in cui la principale strategia di difesa erano state le chiusure e poi le riaperture legate alla curva dei contagi, adesso l’esigenza del governo Draghi è di portare l’Italia a vivere una fase nuova, contrassegnata da una prospettiva di ripartenza grazie all’avvento dei vaccini.

La forte discontinuità con il passato passa inoltre per l’ambizione di mettere mano agli apparati dello Stato che saranno chiamati a investire gli oltre duecento miliardi in arrivo dall’Ue. Molto si è detto circa il fatto che il nuovo governo è sostanzialmente bipartito: da una parte la squadra dei tecnici, selezionata dal premier per gestire i dossier decisivi e le risorse europee; dall’altra invece quella della politica, posta quasi in posizione di subordine dopo l’esperienza e le crisi dei Conte I e II. La novità delle ultime settimane sta invece nel tentativo di immettere nuovi profili con competenze di livello nella struttura tecnica dello Stato, quella deputata a governare la fase esecutiva del Recovery Plan ormai alle porte. Dettaglio affatto secondario per un paese afflitto dalle formidabili negligenze delle sue mille burocrazie.

Il cambio di passo è tangibile anche nel rapporto con i leader europei: se Conte era stato l’abile mediatore, il premier ansioso di accreditarsi fra i grandi del continente, peraltro con ottimi risultati, Draghi è ancora il severo guardiano dei conti di eurolandia, talmente autorevole da poter richiamare all’ordine persino la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il capo del governo italiano è conscio che sui vaccini non può esistere la parola fallimento: di qui iniziative altamente scenografiche quanto perfettamente legittime come lo stop all’esportazione di 250 mila dosi di AstraZeneca dirette in Australia.

Davvero emblematica, infine, la ritrosia del premier a esporsi mediaticamente o la scelta di far intervenire i ministri competenti sui vari dossier dell’emergenza. Come pure il programma delle uscite pubbliche del capo del governo: dopo il videomessaggio registrato in occasione della Festa delle donne (8 marzo), è seguita la visita al centro vaccinale anti Covid dell’aeroporto di Fiumicino (12 marzo). La prossima tappa sarà la visita a Bergamo per partecipare alle celebrazioni per le vittime del coronavirus (18 marzo).

Il tutto condito da poche parole, moltissimi fatti e soprattutto nessuno spazio per i riti della politica.