Fra Israele e Palestina non è la solita crisi

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Questa settimana è esplosa l’ennesima crisi tra Israele e Palestina, con lanci di razzi dalla Striscia di Gaza e bombardamenti israeliani contro Hamas. Mai nel XXI secolo Gerusalemme era apparsa tanto debole.

Eppure, contrariamente al racconto della vulgata, non si tratta della solita guerra delle parti che antepone fra loro in maniera ciclica e ricorrente le popolazioni della Terra Santa.

Anzitutto, gruppi consistenti di cittadini arabi d’Israele (che sono circa il 20% della popolazione totale) si sono schierati con i palestinesi, prendendo d’assalto sinagoghe e altri simboli religiosi e civili in varie città del paese. In quasi tutti i centri abitati misti, dilaga la violenza fra arabi ed ebrei.

Nessuno immaginava che la rabbia araba stesse montando fino a questo punto. La classe dirigente riteneva di aver separato la questione palestinese dagli arabo-israeliani (solo il 7% dei secondi si definisce palestinese). Aveva però ignorato l’esistenza di una questione araba.

Così il fronte interno israeliano minaccia di cedere. Oltre a minare la retorica della parziale integrazione, questa deriva violenta dimostra l’insicurezza strutturale che agita lo Stato ebraico e che lo mina pericolosamente dal di dentro.

Nessuno degli avversari di Israele ha generato questa ondata di violenze. Non la Turchia né l’Iran. Né tantomeno le potenze arabe, le cui pronunce anzi hanno segnato l’ennesimo record di distacco dai palestinesi. Del resto, la firma degli accordi di Abramo aveva svelato la tremenda fragilità delle monarchie del Golfo, che da tempo hanno rinunciato all’utilizzo imperiale della causa palestinese per aggrapparsi a Israele e, tramite esso, agli Stati Uniti.

Per una strana ironia della sorte, dunque, per la prima volta nella sua storia Israele manca di un vero antagonista arabo di origine esterna, ovvero non autoctono di Gaza o della Cisgiordania. Questa peculiarità conferisce allo Stato ebraico un notevole margine di manovra, bilanciando il rischio di un collasso della società nazionale.

Gli eventi di questi giorni offrono comunque delle opportunità agli avversari di Gerusalemme. L’aspetto più interessante da valutare sarà se Teheran e Ankara si faranno ingolosire dalla crisi oppure se concluderanno che indebolire ulteriormente lo Stato ebraico rischierebbe di riportare i riflettori americani sul loro operato fra Mediterraneo e Mesopotamia.

Ora che l’amministrazione americana sta trattando una possibile tregua con l’Iran, attore coinvolto nella contesa ma da posizione di maggiore difficoltà, i riflettori sono tutti sulla Turchia – oggi in piena trance neoimperiale, che gode di un’accresciuta rilevanza regionale e che negli anni si è proposta come il principale difensore (retorico) dei palestinesi.