È tempo di celebrare il congresso M5s

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Iniziano domani gli Stati Generali del M5s, il congresso che questo fine settimana è chiamato a sciogliere i tanti nodi aleggianti sul futuro del Movimento dopo gli affanni intestini e le sconfitte elettorali degli ultimi tempi.

Gli incontri territoriali e regionali anticipatori e il consueto voto su Rousseau hanno definito i nomi dei 30 delegati che interverranno al dibattito pubblico conclusivo al cospetto di 8 mila iscritti (il 4% circa del totale del M5s). Alla fine della due giorni si giungerà ad alcune proposte su programmi e organizzazione che saranno poi sottoposte a un successivo voto su Rousseau.

Convocato online per superiori necessità sanitarie e nel discreto disinteresse generale, l’appuntamento dovrà rispondere a una questione essenziale che divide i grillini sin dal passo indietro compiuto dall’ex capo politico Luigi Di Maio nel gennaio 2020: chi si dovrà fare carico di guidare e soprattutto rilanciare la creatura politica fondata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio? Sarà un singolo capo oppure un nuovo organo collegiale?

Sul punto è battaglia aperta, con i decani pentastellati orientati a confermare l’ipotesi di un direttorio allargato ai principali dirigenti e da cui escludere il leader della frangia movimentista, Alessandro Di Battista. La scelta non è mera questione ideologica, bensì un passaggio ineludibile per difendere il posto preminente occupato dai 5Stelle nell’attuale architettura politico-istituzionale del paese mediante l’alleanza con il Partito democratico. In attesa di conoscere, ca va sans dire, tempi migliori nelle urne.

Difficile, infatti, riuscire a perpetuare il patto di governo con i Dem qualora gli Stati Generali dovessero sancire il ritorno in auge dell’anima ribelle e ortodossa del Movimento, dichiaratamente ostile alla forza politica più presente nei governi del paese dalla grande crisi del 2011. Del resto la questione delle alleanze diverrà sempre più determinante con il progressivo ritorno verso un sistema dominato dalla regola proporzionale: in questo senso lo “splendido isolamento” grillino del 2013 e del 2018, condito da eccellenti risultati elettorali, è un’opzione non più praticabile. Di qui la necessità impellente di stemperare i bollenti spiriti per mantenere una postura più conciliante verso possibili alleati e partner. A meno di non voler essere relegati nuovamente ad attore marginale dell’arco politico nazionale: ipotesi altamente improbabile – per non dire terribilmente dolorosa – per una forza divenuta letteralmente pivotale nelle alchimie politiche del paese.

Un altro terreno di scontro interno riguarda il vincolo dei due mandati: per gli ortodossi, regola fondativa sacra e dunque inviolabile; per i governisti, al contrario, un orpello oggi sacrificabile forse una volta per tutte in nome della piena maturazione politica del Movimento. Sul punto la distanza fra le parti è davvero notevole e proprio per questo, complice la comprensibile difficoltà dei vertici a sancire la fine del simbolico vincolo, è probabile che non si terrà alcuna votazione in materia.

Non meno delicato, infine, il nodo dei rapporti fra il M5s e Gianroberto Casaleggio, che gestisce la piattaforma Rousseau. Da tempo in rotta con i gruppi parlamentari per la gestione dei finanziamenti destinati all’associazione, il figlio del cofondatore si è spinto oltre fino a minacciare di ritirare il proprio supporto al Movimento nell’eventualità di una sua trasformazione in partito. Nel complesso gli Stati Generali diranno moltissimo su cos’è diventato il M5s a oltre dieci anni dalla sua nascita a Milano nell’ottobre 2009 e se la crisi ideologica esplosa in maniera lampante in questi ultimi mesi avrà parvenza di soluzione. Soprattutto, dovrà stabilire se in futuro nell’Italia post-pandemica vi sarà ancora spazio per le istanze politiche grilline.