Draghi in campo fra Libia e vaccini

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Lo scorso martedì il presidente del Consiglio Mario Draghi è volato a Tripoli assieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio per la prima visita ufficiale di un premier italiano dal 2012, quando fu Mario Monti a recarsi nella capitale della Libia. Il capo del governo italiano ha incontrato il suo omologo libico ad interim Abdelhamid Dubayba.

La missione tripolina di Draghi è importante anzitutto sotto il profilo simbolico, poiché segnala l’intenzione di Roma di tornare a occuparsi del colossale vuoto geopolitico apertosi alla sua frontiera marittima meridionale nel corso dell’ultimo decennio. Risultato affatto scontato dopo dieci anni di sostanziale apatia e del susseguirsi di iniziative dal valore al massimo estemporaneo.

L’assenza di una strategia nazionale, la ritrosia a farci carico della responsabilità di stabilizzare il paese africano e la cieca fiducia nelle virtù risolutrici dei consessi diplomatici hanno finito per polverizzare l’influenza italiana nelle Libie. Tanto che oggi la nostra ex colonia è spartita tra russi e turchi ed è diventata la stanza di compensazione delle controversie regionali, prima ancora che terreno di scontro per milizie locali affamate di potere e risorse.

Per tutte queste ragioni l’iniziativa di Draghi a Tripoli, da sola, non può certo essere considerata risolutiva. Nondimeno rende manifesta la volontà di tornare a occuparsi direttamente di un dossier decisivo per la sicurezza del nostro estero vicino, troppo a lungo colpevolmente trascurato.

Il premier punta a strutturare il ritorno della presenza italiana nel “grande gioco libico” mettendo in campo la prospettiva della cooperazione sanitaria, energetica e soprattutto infrastrutturale con Tripoli, leve con cui il nostro paese può ragionevolmente sperare di ritagliarsi un margine d’azione proficuo in Nord Africa ai danni dei competitori turchi e russi. L’obiettivo è di sostenere il neonato governo di unità nazionale libico in un delicato momento di transizione, per riportare l’Italia a contare lungo la sponda meridionale del Mediterraneo.

A patto di non perdere di vista, nel frattempo, la gestione della decisiva campagna vaccinale – condizione sine qua non per mettere davvero in sicurezza la ripartenza del paese e gettare le basi per qualsiasi iniziativa di lungo periodo nel nostro intorno geografico di riferimento.

In questa fase l’Italia fatica terribilmente a imporsi nella battaglia contro il Covid-19 fra ritardi nelle forniture dei vaccini, illeciti e favoritismi nelle somministrazioni e la diffusione della psicosi collettiva su AstraZeneca. Dopo lo scontro politico delle scorse settimane sull’esportazione del farmaco anglo-svedese che ha anteposto la Londra del post-Brexit alle capitali Ue guidate da Berlino, da ultimo anche l’atteggiamento pilatesco dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha contribuito a diffondere le paure in un momento in cui il pubblico avrebbe voluto sentire soltanto certezze.

In settimana l’Ema ha sostanzialmente scaricato sui singoli Stati europei la responsabilità di decidere come e a chi somministrare il vaccino anglo-svedese, con l’effetto di alimentare la paura e con essa anche un’ondata di rinunce che rischia di complicare i piani del governo italiano. Dopo aver mancato gli obiettivi delle 210 mila somministrazioni al giorno a metà marzo e delle 300 mila entro il 23 marzo, il traguardo del mezzo milione di vaccinazioni per fine aprile somiglia sempre più un miraggio.

I problemi riguardano soprattutto le tempistiche delle forniture, giacché il timore delle autorità è che anche le prossime 52 milioni di dosi attese per questo trimestre finiscano per arrivare tutte alla fine e non in maniera omogenea. Con buona pace dell’ambizione governativa di imprimere una decisiva accelerazione alla campagna vaccinale entro l’estate. Certo nulla ci è ancora precluso, ma il tempo stringe.

L’incertezza spiega inoltre la decisione di Draghi di intavolare una trattativa riservata con la casa farmaceutica Moderna per acquistare alcune milioni di forniture extra del sofisticato vaccino americano. Il premier sa muoversi con abilità fra le pieghe delle regole europee in materia di approvvigionamenti (che vietano ai singoli paesi di stipulare singolarmente contratti preventivi con i produttori), magari mettendo sul piatto la rinnovata fedeltà italiana all’asse atlantico suggellata dall’arresto del comandante Biot sorpreso a consegnare segreti militari ai russi.

In attesa di novità di un qualche spessore, l’impressione è che il nostro paese necessiti terribilmente di una roadmap delle ripartenze che possa prescindere dal mero computo numerico di contagi e somministrazioni di vaccini. Un qualche tipo di indicazione politica che tracci in maniera concreta, operativa e coraggiosa tempi e modi della ripartenza. Che insegni agli italiani come convivere con il virus, dopo averlo sconfitto e svuotato di letalità, giacché sarebbe semplicemente folle immaginare di poter “riaprire” il paese soltanto a epidemia completamente debellata.