Diverbi italiani all’ombra del Recovery

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha presentato al resto del governo la prima versione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Recovery Plan). Si è trattato di un passaggio cruciale e lungamente atteso. L’ex capo della Bce è stato chiamato a Palazzo Chigi per rimettere in moto l’economia italiana e limitare le ricadute sociali e soprattutto culturali della crisi sanitaria, sfruttando al meglio i fondi straordinari europei.

Un’impresa da far tremare i polsi, che segnerà nel bene e nel male la traiettoria del paese nei decenni a venire. Il via libera finale al Recovery Plan arriverà non prima della prossima settimana, in attesa di raggiungere un’intesa politica più solida fra gli alleati di governo che sgomitano per definire l’allocazione dei fondi e soprattutto per stabilire i meccanismi di governance degli stessi. Lo schema per il momento prevede un centro di controllo unico al Ministero dell’Economia e delle Finanze e una cabina di regia politica a Palazzo Chigi.

Ciononostante il racconto della settimana politica non può prescindere da un passaggio sulla vibrante dialettica che ha diviso la maggioranza su riaperture e orari del coprifuoco. Una vera battaglia di posizione che conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, il progressivo venire meno del clima di unità di intenti e di coesione nazionale che sembrava poter accompagnare l’avvento del nuovo esecutivo.

Tutto è ruotato attorno all’astensione della Lega nel voto sul decreto riaperture a causa della mancata accettazione dello spostamento del coprifuoco alle 23 e della richiesta di non fare distinzioni fra ristoranti al chiuso e all’aperto. Istanze naturalmente care al fronte “aperturista”, a buona parte degli amministratori locali e alle Regioni, che però sono state prontamente rispedite al mittente da parte di Palazzo Chigi in nome della cautela e del rispetto della catena di comando.

Di qui l’astensione leghista in Cdm che ha rappresentato il primo vero intoppo nel governo dal suo insediamento, provocando l’irritazione del premier e costituendo anche un precedente politico fortemente malvisto da M5s e Pd. Il timore è di poter assistere presto ad altri strappi del genere (o peggio, a veri e propri diktat) quando in ballo ci sarà da approvare e soprattutto gestire il Recovery Plan.

Nonostante le esibizioni di forza, per il partito di Matteo Salvini non è certo un momento facile. La scelta di entrare in maggioranza per sostenere l’esecutivo di unità nazionale di Draghi ha riproposto gli attriti fra l’ala governista incarnata dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e lo stesso segretario, costretto a bilanciare le nuove esigenze istituzionali del partito con la necessità altrettanto forte di restare l’attore preminente nel centrodestra in vista di un futuro ritorno alle urne. Il riferimento è al duello a distanza con Fratelli d’Italia, rimasta all’opposizione, dunque libera di cannoneggiare a piacimento sulle misure del governo e soprattutto in crescita nei sondaggi a scapito della stessa Lega.

In attesa di scoprire se l’assunzione di una postura pienamente governista è un traguardo effettivamente alla portata di Salvini (dubitarne è lecito), l’impressione è che la piccata reazione con cui Cinquestelle e Dem hanno accolto lo strappo in Cdm dipenda anche dal forte disagio per esser dovuti scendere a patti, e financo governare, con colui che era stato il loro più fiero oppositore al tempo del Conte II. Di qui le tante stoccate e le accuse al vetriolo di voler rompere l’unità della coalizione che ne sono seguite, in nome dell’inconfessabile desiderio che accomuna gli ex soci giallorossi di potersi liberare dell’ingombrante e inviso alleato di maggioranza.

Nella settimana politica c’è spazio anche per l’inqualificabile vicenda-Grillo, esplosa peraltro nel pieno della clamorosa rottura consumatasi tra la piattaforma Rousseau e il M5s dopo otto anni di convivenza. Il video con cui il fondatore del Movimento ha preso le difese del figlio, accusato con tre amici di violenza sessuale di gruppo per il presunto stupro di una ragazza di 19 anni a Porto Cervo, ha scatenato le prevedibili reazioni del mondo politico, facendo piovere durissime critiche sul comico genovese per le sue parole diffuse a mezzo social.

Al contempo ha gettato in gravissimo imbarazzo gli stessi 5Stelle – costretti a prendere le distanze da Grillo proprio nel momento in cui il Movimento si stava riabituando alla sua voce di garante-leader. Il vuoto statutario senza più un reggente formale aggrava le tensioni interne ed è indicativo il fatto che persino l’ex capo politico Luigi Di Maio stia facendo di tutto per non esporsi direttamente nella vicenda. Per non parlare della sostanziale scomparsa del M5s da qualsiasi dibattito politico che non riguardi il proprio destino o del fatto che l’autoisolamento del fondatore obblighi l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte al confronto con Davide Casaleggio, dal quale lo divide tutto: storia, direzione da prendere e interesse.