Comincia l’era di re Boris

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Boris Johnson è il nuovo leader dei conservatori britannici e primo ministro del Regno Unito al posto di Theresa May. È stato eletto dai 160 mila iscritti al partito con oltre 92 mila voti, contro le 46 mila preferenze per il suo sfidante, l’ex ministro degli Esteri Jeremy Hunt, prima di ricevere la nomina formale da parte della regina Elisabetta in quanto leader del partito uscito vincitore dalle ultime elezioni politiche (2017).

Johnson si distingue per essere uno dei politici inglesi più spiccatamente eurofobi, controversi e carismatici, arrivando al numero 10 di Downing Street nel momento più difficile per la Gran Bretagna del dopoguerra. Più che segnare un punto di svolta destinato ad avvicinare una rottura dei negoziati con l’Unione europea, la sua ascesa è la conseguenza diretta del vicolo cieco in cui si è arenata la trattativa con Bruxelles e delle irreconciliabili richieste avanzate da Londra per uscire dall’Ue. Sino a ieri, il Brexit è stato propiziato o gestito da leader conservatori britannici come David Cameron e Theresa May che non desideravano realmente lasciare il blocco continentale.

Quanto piuttosto spuntare condizioni più vantaggiose per un paese che si è sempre sentito altro rispetto alla massa dei partner Ue. Ora, al contrario, il timone è finito nelle mani di una figura che ha fatto proprio dell’eurofobia inglese il veicolo tramite cui prendere il potere. Johnson è l’espressione diretta di una classe dirigente nostalgica dell’impero, legata all’universo culturale e agli interessi economici ereditati dall’esperienza coloniale, determinata a tenere a sé le periferie a rischio secessione (Scozia e Irlanda del Nord) e propensa a dipingere l’Europa unita come un nuovo strumento di oppressione della Germania. Non ha certo rasserenato il clima il fatto che in sede negoziale Berlino e Parigi abbiano intimato al governo di Theresa May di tenere aperta la frontiera al confine nordirlandese e di accettare che in caso di Hard Brexit l’Ulster rimanga nell’unione doganale comunitaria, con un regime fiscale distinto dal resto del regno. Scenario semplicemente inaccettabile per l’intera classe politica anglosassone che porrebbe le basi per la rinuncia Irlanda settentrionale, per la prima volta dal XVII secolo. Come pure, chiaro segno del fatto che la vicenda resta uno strumento utilizzato dalle principali potenze europee per insidiare il rivale britannico in un momento di sua palese vulnerabilità. Il divorzio dall’Ue dirà tanto del futuro politico di Johnson e delle sue capacità da primo ministro.

L’ex sindaco di Londra ha assicurato all’ala euroscettica del partito conservatore di essere pronto al Brexit entro il prossimo 31 ottobre, anche a costo di un no deal scenario. Eventualità paventata da molti per gli effetti potenzialmente perniciosi sull’economia britannica: secondo fonti interne al governo inglese, l’uscita senza accordi porterebbe alla recessione, spingerebbe la disoccupazione oltre il 5%, causerebbe un crac nel mercato immobiliare e il tracollo della sterlina. Come sempre in politica la partita più dura si giocherà al centro, riguardando la sua capacità di ergersi a federatore dei conservatori dopo essere stato il campione dei Brexiteer. Dovrà convincere le fazioni filoeuropee del partito a non abbandonarlo, pena la fine prematura del premierato.