Chi custodirà i custodi?

Agendo in qualità di presidente del Consiglio superiore della magistratura (CSM), ieri sera il capo dello Stato Sergio Mattarella ha indetto le elezioni suppletive per i due consiglieri (Antonio Lepre e Sergio Spina) che si sono dimessi a seguito della crisi istituzionale senza precedenti che ha travolto l’organo di autogoverno della magistratura.

La decisione di Mattarella è arrivata dopo un lungo silenzio e al termine di una giornata segnata dal forte pressing politico per l’azzeramento immediato dei vertici di Palazzo dei Marescialli, una soluzione dettata dalla volontà di restituirgli prestigio e indipendenza che avrebbe però comportato anche la rielezione dei membri con i criteri attuali.

La sostituzione dei dimissionari è invece il primo passo con cui il Colle intende traghettare il Csm oltre la bufera delle ultime settimane, in attesa che si arrivi a una riforma delle sue procedure elettorali per ridargli lustro e credibilità. L’organo di autogoverno della magistratura rappresenta infatti un pilastro irrinunciabile per il mantenimento dell’equilibrio di sistema tra i poteri dello Stato. È garantito dalla Costituzione repubblicana, vanta un potere considerevole ed è confermato da decenni di pratica politico-istituzionale.

Non stupiscano dunque i paralleli con il 1992 della politica fioriti in questi giorni: l’indagine sembra aver sollevato il velo che ha avvolto per decenni la vetta del sistema giudiziario italiano e in particolar modo il suo principale organo. Giunti a questo punto, però, il pericolo è che dietro al paravento dell’autogoverno e dell’autonomia del potere giudiziario – sanciti dalla Costituzione – si celi un sistema fatalmente infermo.

Le implicazioni dell’indagine su Luca Palamara, ex membro del Csm ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, sono infatti preoccupanti. Palamara avrebbe ottenuto soldi e regali per influenzare delle sentenze prima di adoperarsi per condizionare la nomina del procuratore di Perugia una volta venuto a conoscenza dell’indagine nei suoi confronti, di modo da poter contare su una figura amica a capo dei magistrati che stavano indagando su di lui. Per fare ciò avrebbe avvicinato Luca Lotti, ex ministro e figura di spicco del “giglio magico” renziano, e quindi Cosimo Ferri, ex sottosegretario alla Giustizia nei governi Letta, Renzi e Gentiloni.

Le intercettazioni degli inquirenti avrebbero poi coinvolto diversi altri membri del Csm, provocando tre dimissioni e due autosospensioni, e spingendosi fino a evocare misteriose “fonti quirinalizie” intervenute a tutela di Palamara. Quis custodiet ipsos custodes? scriveva nelle sue Satire il poeta latino Giovenale, anticipando di circa due millenni il nodo politico forse più pressante dell’attuale scandalo giudiziario. Ossia: chi sorveglierà i sorveglianti stessi se il sistema è di fatto impotente di fronte all’autogoverno della magistratura? A meno che non sia la politica ad assumersi la responsabilità di una radicale riforma della giustizia – con tutti i rischi del caso, stante il pericolo di una prevaricazione del potere legislativo ed esecutivo su quello giudiziario – saranno infatti gli stessi magistrati a decidere con quali tempi e modi affrontare il problema. Determinante sarà il ruolo di Sergio Mattarella, anello di congiunzione imparziale tra i poteri dello Stato.