Caso Siri, atto terzo

Nella settimana in cui l’Istat certifica che l’Italia è fuori dalla recessione e che anche l’occupazione è tornata a crescere dopo le nubi di fine 2018, il caso Siri ha conosciuto un nuovo e forse definitivo colpo di coda quando il primo ministro Giuseppe Conte ha annunciato in diretta Facebook le dimissioni del suo sottosegretario indagato. Dopo aver messo a rischio la tenuta del governo per ben due settimane e averne sostanzialmente paralizzato l’attività, lo stallo politico sul senatore e consigliere economico leghista potrebbe essere stato sciolto ancora una volta dall’intervento risolutore del Deus ex machina di Palazzo Chigi. Tecnicamente Siri non si è ancora dimesso, ma il premier ha promesso di voler portare la proposta di revoca della sua nomina a sottosegretario al prossimo Consiglio dei ministri se per allora l’esponente leghista non si sarà deciso a fare un passo indietro.

Non è la prima volta che il premier interviene personalmente sulle liti incrociate degli alleati. Pur sposando nei fatti la linea del Movimento, Conte ha comunque rivendicato il suo ruolo di «massima autorità di governo» e di aver preso la decisione in apparente piena autonomia. Emblematico l’invito finale rivolto ai soci gialloverdi, che sa quasi di monito in vista del futuro: «La Lega non si lasci guidare da una reazione corporativa e il Movimento non ne approfitti per cantare vittoria». Il richiamo ad abbassare i toni e a serrare i ranghi non è certo casuale, se è vero che la tattica della lite infinita inaugurata negli ultimi tempi dai Cinquestelle e sfociata in un corpo a corpo quasi continuo con il Carroccio su qualsiasi argomento ha avuto quale primario effetto – oltre naturalmente a produrre la paralisi del governo – un calo simultaneo dei due partiti nei sondaggi. Prospettiva affatto allettante a meno di un mese dal voto europeo di fine maggio e dunque da contrastare con forza.

L’annuncio di Conte ha raggiunto il vicepremier Matteo Salvini mentre questi era in visita a Budapest, dove si era recato dal premier ungherese Viktor Orbán per parlare di alleanze nel prossimo Parlamento di Strasburgo. «Non ho tempo per le beghe e polemiche, io lavoro», ha commentato a caldo il leader leghista, costretto a fare buon viso a cattivo gioco dopo le svariate dichiarazioni di sostegno a Siri di queste settimane e pur chiedendo a Conte una spiegazione. Anche il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti ha cercato di smorzare i toni, sconfessando le ricostruzioni stampa secondo cui il Carroccio sarebbe pronto a rompere la coalizione con i 5Stelle. È comunque un fatto che mai come in questa fase la Lega stia subendo l’offensiva mediatica dell’alleato e l’iniziativa personale del primo ministro, impegnato da tempo in un duello personale con Matteo Salvini volto a stabilire chi – al di là della forma data dagli incarichi istituzionali – sia effettivamente titolato a dettare l’agenda alla compagine governativa. Da par suo Luigi Di Maio ha invece registrato il successo senza però affondare il colpo contro il socio.

Nessuno degli alleati vuole infatti aprire una crisi di governo in questo particolare frangente e comunque non su una vicenda giudiziaria. Soprattutto, nessuno intende assumersi la responsabilità della rottura prima del voto del 26 maggio. Poi, forse, se ne potrà parlare.