Biden sempre più vicino alla Casa Bianca

Voiced by Amazon Polly

In attesa della notizia dell’ufficialità della vittoria di Joe Biden, le elezioni dello scorso martedì 3 novembre hanno confermato una volta di più le profonde contraddizioni interne che spaccano gli Stati Uniti, assieme al persistere di alcuni elementi di notevole continuità.

Da oltre un secolo i c.d. Stati oscillanti (Swing States), decisivi alle presidenziali perché in bilico tra candidati e partiti diversi, sono pressoché gli stessi. È nel Midwest che si decide puntualmente la gara per la Casa Bianca, questa volta ristretta a Wisconsin, Michigan e soprattutto Pennsylvania.

Come quattro anni fa, Trump ha scelto di coagulare su di sé gli abitanti del paese profondo, ovvero la maggioranza di ceppo germanico ancora preminente, e il sud militarista, portatore di un’alterità culturale colpita duramente negli ultimi mesi dalle proteste antirazziali.

Biden invece ha guardato come da tradizione di ogni candidato democratico agli Stati marittimi multiculturali e forse già post-Storici della Federazione, dove si concentrano le grandi capacità tecnologiche e finanziare americane.

Biden è stato votato dalla metà del paese che non poteva più tollerare gli attacchi di Trump ad alcune norme, valori e consuetudini fondamentali che regolano il funzionamento dell’apparato istituzionale americano. Al contrario il tycoon repubblicano ha continuato a mietere consensi fra quanti considerano semplicemente insopportabile la preminenza dell’establishment di Washington e degli epigoni del politicamente corretto.

Sul piano strutturale la sfida elettorale palesa le contraddizioni di un impero in pieno malessere e con una crisi interna praticamente alle porte. Questo momento catartico riaffiora con sbalorditiva regolarità nella storia americana, ogni 80 anni circa.

Lungi dal distruggere il paese lo fa semplicemente rinascere, proiettandolo nel futuro con un nuovo assetto istituzionale e soprattutto rinnovate energie: il primo ciclo produsse il governo federale, senza però definire il suo rapporto con gli stati federati (1787-1865); il secondo sancì l’autorità del governo sugli stati (1865-1945); il terzo, infine, ne ha esteso la preminenza anche sull’economia e la società (1945-2020).

In attesa di capire quando e come finirà la corsa alla Casa Bianca, nessuno si lasci illudere dal paragone con il duello Bush-Gore di vent’anni fa, risolto nel contesto di un Paese in tutt’altra salute, nella stagione della superpotenza unica e della fine della storia.

Di sicuro ci sarà l’estrema difficoltà di Biden a governare gli Stati Uniti. A esser spaccata non è soltanto l’anima della nazione, ma anche il governo. Il Senato dovrebbe restare in mano repubblicana, sia pure con un margine assottigliato. Mentre alla Camera i democratici accusano l’erosione della loro maggioranza.

Per questo sarà praticamente impossibile attuare l’agenda sociale promessa in campagna elettorale dal candidato democratico: del resto il welfare all’europea incuriosisce solo le coste, mentre è alieno al resto del paese, a cominciare dal Midwest. Tutto ciò getta una lunga ombra sulle speranze di Biden e delle burocrazie federali di fornire soluzione ai problemi sociali che attanagliano il popolo americano e che in questi anni hanno nutrito l’enorme consenso di Trump.

Nel mentre i paesi europei si rallegrano di essere in procinto di recuperare un volto dialogante e benevolo alla Casa Bianca, per rasserenare le relazioni fra le due sponde dell’Atlantico. Salvo doversi rendere conto che gli obiettivi di fondo della superpotenza non cambieranno: assedio alla Cina, isolamento della Russia, disarmo dell’Iran e depotenziamento della Turchia. E che fra mille sorrisi e tante buone maniere, un’amministrazione Biden sarà molto più esigente di Trump nei confronti degli alleati europei.