12 2019

Il posizionamento dell’Italia nella crisi libica

Mentre le truppe del feldmaresciallo Khalifa Haftar sono in piena offensiva per espugnare Tripoli e l’Organizzazione mondiale della sanità denuncia già 60 vittime, centinaia di feriti e migliaia di sfollati fra la popolazione civile, giovedì notte la Francia ha bloccato un progetto di dichiarazione dell’Unione europea che chiedeva all’uomo forte della Cirenaica di interrompere l’attacco contro la città che fu capitale libica prima della caduta di Gheddafi e il diffondersi del caos ingenerato dalla susseguente guerra civile. La mossa francese è importante poiché certifica la fermezza del sostegno accordato tempo fa da Parigi ad Haftar oltre che l’illusione di chi si ostina a voler vedere nell’Ue un soggetto geopolitico autonomo invece di un mero strumento a uso e consumo dell’agenda nazionale delle singole potenze. Il nuovo ciclo di violenze antepone i lealisti del nominale governo Serraj, riconosciuto dall’Onu e sostenuto anche dall’Italia, agli assalitori provenienti dalla Cirenaica, giunti ad aggredire la Tripolitania dopo esser dilagati nel meridionale Fezzan e aver ricevuto le dovute rassicurazioni del caso dai propri sponsor egiziani, emiratini e sauditi, oltre che naturalmente francesi.

Difficile infatti concepire l’assalto al centro nevralgico nemico senza godere del pieno sostegno diplomatico dei propri sponsor esteri, oltre che naturalmente il loro supporto logistico e militare. Il blitzkrieg di Haftar contro Tripoli si svolge, inoltre, in un frangente delicatissimo per il futuro dell’intera regione nordafricana, con l’Algeria e il Sudan in piena transizione politica e l’Egitto finalmente libero di poter mettere mano, via Haftar appunto, sulla stessa Cirenaica. Il pericolo però è che gli eventi delle ultime ore finiscano per inaugurare un unico fronte caldo da Algeri al Mar Rosso – complici il relativo disimpegno americano dal Mediterraneo e le manovre regionali russe e soprattutto cinesi, trasformando l’intera sponda sud del bacino in un formidabile arco di instabilità. E mentre la crisi libica continua ad avvitarsi, l’Italia sembra aver fatto la sua scelta di campo abbracciando il blocco regionale guidato dal Qatar, che assieme alla Turchia difende il governo tripolino e le potenti milizie libiche di Misurata.

Negli ultimi anni il ricco emirato mediorientale si è reso protagonista di una politica estera assertiva che gli è valsa l’isolamento di tutti gli altri Stati del Golfo, complice l’accusa di finanziare il terrorismo e di essersi avvicinato troppo all’odiato nemico persiano. Legandosi al Qatar pur di difendere i propri interessi libici e assicurarsi rilevanti vantaggi energetici, finanziari e commerciali, l’Italia corre però il rischio di abbandonare troppo rapidamente quelle linee guida improntate alla prudenza e alla realpolitik che ne avevano ispirato la politica estera al tempo della Prima repubblica, decretandone molto spesso il successo. Roma può così entrare in rotta di collisione con il blocco regionale a guida saudita-emiratino-israeliano che contrasta il Qatar e che col benestare Usa rappresenta il pilastro su cui si fonda il delicato ordine mediorientale. Peggio ancora se dopo essersi affrettata a sottoscrivere le vie della seta cinesi (nonostante i moniti americani) ed essersi cullata nell’illusione di saper gestire in autonomia il rompicapo geopolitico libico.