07 2018

Il governo si prepara all'esame europeo sulla legge di Bilancio

È diventato forse sufficiente il verdetto di una ben nota e altrettanto vituperata agenzia di rating per costringere di colpo a più miti consigli l’intero stato maggiore gialloverde, peraltro al culmine di mesi passati a promettere un cambio radicale nell’approccio italiano all’Europa e soprattutto alla gestione della politica fiscale del Paese? Naturalmente no. Neanche una settimana fa, Fitch ha rivisto in negativo il suo outlook sull’economia italiana in attesa di conoscere i numeri della legge di Bilancio e stanti “l’avversione di alcune parti” dell’esecutivo nei confronti
di Bruxelles e il rischio di “elezioni anticipate nel 2019”, eventualità perniciosa poiché suscettibile di complicare e di molto le possibilità di M5s e Lega di fare “compromessi che alienano la loro base politica”. Per tutta risposta nei giorni successivi è andato in scena il gioco di sponda degli alleati di maggioranza, capaci di ricompattarsi dopo
le ultime tensioni sul rispetto delle regole europee, in vista di una manovra che stando alle dichiarazioni più recenti vuole essere di cambiamento senza per questo provocare lo scontro con la Commissione Ue. Se l’analisi dell’agenzia di rating va posta nel novero dei molteplici campanelli d’allarme levatisi tutt’attorno all’esecutivo ora che i tecnici del Mef cominciano a gettare le basi della stessa legge di Bilancio, la netta revisione di linguaggio da parte dei protagonisti del “governo del cambiamento” segnala l’impellenza di dismettere i toni da campagna elettorale
per non fallire in partenza l’esame di mercati e istituzioni europee. Complice, dato non meno importante, il frutto dell’ancora magra benché non per questo meno importante esperienza accumulata fra Palazzo Chigi e dintorni da chi si è trovato a fare i conti per la prima volta nella sua carriera politica con cosa significa realmente reggere le
sorti di un Paese. Ai proclami, va da sé, si tratterà adesso di far seguire la pratica e soprattutto sciogliere i dubbi sui contenuti di una manovra che appare sempre più come l’ineludibile nodo gordiano da cui dipende la traiettoria dell’esecutivo nei mesi a venire. Le ultime indiscrezioni parlano di una manovra-monstre da ben 30 miliardi di euro, con il M5s a invocare a gran voce l’introduzione dell’agognato quanto controverso reddito di cittadinanza e la Lega a preparare l’avvento di un provvedimento reputato inderogabile come il superamento della legge Fornero, reo secondo i detrattori di poter minare la tenuta delle finanze pubbliche dopo le riforme del governo Monti. Nel
mezzo, ben asserragliato sulla linea dell’1,6% del rapporto deficit-Pil come promesso alle autorità europee, siede il ministro dell’Economia Giovanni Tria, cui spetta il poco invidiabile compito di attuare i punti più costosi del programma di governo e di smarcarsi dal tiro e molla gialloverde sui contenuti della finanziaria. 
Non è un caso allora se la formula
magica delle ultime ore sia diventata rapidamente
“nell’arco della legislatura”, ammissione
emblematica di quanto sia stretto il
percorso lungo cui muove l’esecutivo del
premier Conte e sorta di paracadute che,
forse, lo giustificherà davanti all’elettorato
per non aver messo in cantiere da subito i
provvedimenti più attesi del programma.