16 2018

Il volto nuovo della XVIII Legislatura

Con i partiti impegnati nelle prove generali del valzer per l’elezione dei presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama e in attesa che venerdì 23 marzo prenda ufficialmente il via la XVIII Legislatura, l’occasione è propizia per dare uno sguardo alla composizione del nuovo Parlamento. L’elezione del 4 marzo, difatti, ha letteralmente stravolto i connotati di Camera e Senato. A cominciare dall’età media dei parlamentari, abbassatasi di circa cinque anni a Montecitorio e di oltre due anni a Palazzo Madama rispetto all’ultima legislatura. La conseguenza è che il Parlamento che si riunirà per la prima volta venerdì prossimo sarà il più giovane della storia repubblicana, con un’età media di 44 anni alla Camera e di 52 al Senato. Si consideri che appena dodici anni fa, la XV Legislatura (2006-08) si era distinta per essere invece una delle più anziane di sempre con i 51 anni della Camera (record assoluto) e i 57 del Senato. Le novità riguardano anche i volti dei neoeletti, al loro esordio in Parlamento nel 65% dei casi. È il tasso di cambio più alto mai registrato in Italia dalla II Legislatura a oggi ed è il frutto, ça va san dire, soprattutto del successo elettorale del Movimento 5 Stelle e della Lega. Il partito guidato da Matteo Salvini si distingue per avere la percentuale di ricambio più alta, pari all’87% dei deputati e all’83% dei senatori. È un dato su cui pesa il fatto che in cinque anni la Lega sia passata dal 4 al 17% dei consensi. Il rinnovamento investe in pieno anche la nutrita pattuglia parlamentare dei Cinquestelle, che ha scelto di cambiare il 72% dei propri deputati e il 76% dei senatori. Nel complesso, il 65% dei neo eletti pentastellati è al suo primo incarico politico, di qualsiasi livello. Per contro, gran parte degli eletti con la Lega proviene da un’amministrazione comunale: più precisamene, il 40% dei deputati e il 30% dei senatori, contro una media generale del 12,9% alla Camera e del 10,8% al Senato. Non stupisce invece che il rinnovamento proceda con più difficoltà in Forza Italia e nel Partito Democratico, i due grandi sconfitti dell’ultima tornata elettorale. Se il partito di Berlusconi porta in Parlamento volti nuovi pari al 64 e 60% dei propri eletti a Camera e Senato, fra i Dem le percentuali sono nettamente più basse e si fermano ad appena il 34 e 28% degli eletti. Così, senza voler discettare dei (presunti) meriti del ricambio generazionale – peggio ancora se fine a sé stesso – è un fatto che lo scorso 4 marzo l’elettorato abbia voltato le spalle alle forze meno disposte a ripensare sé stesse. Sul piano politico, ciò si potrebbe anche tradurre in una maggiore propensione di M5s e Lega ad approfondire il dialogo bilaterale e individuare possibili punti di convergenza a discapito delle alleanze con altri partiti. Lo dimostra il primo giro d’incontri per le presidenze di Camera e Senato così come la cruda realtà dei numeri. Al di là dei proclami e dei diktat da campagna elettorale, Di Maio e Salvini coagulano sotto di sé oltre la metà dei seggi parlamentari e hanno il pallino in vista dei negoziati per la nascita del prossimo Governo. Nel mentre, in silenzio, il Colle osserva e valuta. Senza pregiudizi, ma a patto che gli aspiranti premier siano aperti al pragmatismo e compromesso.