L’Italia si veste di seta

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Sta per sbarcare in Italia il presidente-imperatore cinese Xi Jinping che recherà con sé l’offerta di un posto italiano al desco della Belt and Road Initiative (Bri), il progetto per una nuova via della seta lanciato dallo stesso Xi nel 2013 per scardinare la globalizzazione americana e riscrivere con caratteri propri le regole del sistema geopolitico ed economico mondiale.

L’Italia è per la Cina un rilevante partner economico: fra il 2000 e il 2016 ha raccolto investimenti cinesi secondi in Europa soltanto a quelli diretti in Regno Unito e Germania e può vantare una posizione privilegiata nel cuore del Mar Mediterraneo che ne fa un punto d’approdo ideale per chi, come appunto Pechino, punta a raggiungere con agio i ricchi mercati Nord-europei. Attualmente però il grosso delle merci dirette nel Vecchio Continente con rotta da Suez non sbarca nei porti della Penisola, bensì direttamente nei centri del Nord Europa a causa dello stato scadente delle nostre infrastrutture portuali e di collegamento interno e nonostante un aggravio dei tempi di navigazione pari a circa 3-5 giorni.

Ciò spiega l’attivismo evidenziato negli ultimi tre anni dai porti di Trieste, Venezia e Genova per intensificare le iniziative individuali volte ad accogliere investimenti cinesi e dunque ampliare i propri collegamenti con l’Europa, così come l’accelerazione impressa più di recente dal Governo Conte per prendere ufficialmente parte alla Bri. Secondo Palazzo Chigi, l’Italia ne trarrà rilevanti vantaggi economici e commerciali, anche se il rischio è che esibendo un approccio puramente economicistico l’esecutivo finisca per non cogliere appieno la realtà della posta in gioco. Washington guarda alle nuove vie della seta come a una minaccia esistenziale alla propria preminenza globale e ha avviato da tempo il contenimento strategico delle ambizioni di Pechino, così come la pressione sugli alleati reputati evidentemente troppo esposti al canto delle sirene asiatiche.

Emblematica, ad esempio, la grave minaccia di escludere l’Italia dal circuito di scambio delle informazioni sensibili in materia d’intelligence, un’eventualità da scongiurare in ogni modo per chi come noi è sottoposto a diverse tipologie di minacce: terrorismo di matrice islamica, criminalità internazionale, porosità delle frontiere marittime, prossimità alle polveriere nordafricane e balcaniche.

Assieme agli investimenti nei porti, a destare forte preoccupazione è non a caso anche il possibile approfondirsi della cooperazione italo cinese nel campo delle telecomunicazioni: Roma e Pechino lavorano da tempo allo sviluppo delle reti di nuova generazione 5G e i poli tecnologici dei colossi Huawei e Zte – percepiti a torto o a ragione come i vettori dell’influenza e dello spionaggio cinesi all’estero – sono presenti in ben nove regioni italiane. Dopo lo scontro sul Tav Torino-Lione, la gestione di questo delicatissimo dossier acuisce le tensioni fra M5s e Lega, messe a dura prova anche dal diverso approccio allo strategico programma militare americano F-35 – inviso al Movimento e sostenuto dal Carroccio. Il tutto mentre si avvicinano le regionali in Basilicata del 24 marzo, ultimo snodo prima del decisivo 26 maggio, quando le europee fisseranno in maniera incontrovertibile i rapporti di forza fra i partiti.